Esegesi del Cinepanettone: Introduzione

Si potrebbero spendere fiumi di parole e milioni di caratteri per riflettere sul significato del postmoderno, addentrandoci nell’importanza che assume nel nostro tempo e nel suo stratificato e controverso apparato linguistico.

Ma quello che emerge costante e ricorrente in ogni discussione che lo riguarda è il suo essere necessità umana: da movimenti sociali a contaminazioni artistiche, l’uomo contemporaneo ( o forse l’uomo da sempre?) ha bisogno di una dinamismo logico, un dialogo costante tra culture, stili ed espressioni, capace di ripensarsi e reinterpretarsi.

In questa continua discussione sarà possibile rivalorizzare e comprendere tutto ciò che è caduto vittima di etichette e gerarchie, ascoltare il suono proveniente dalle discrepanze e porre fine ad ogni tipo di manicheismo, sociale, artistico ed in senso più materiale: umano.

Restringendo il campo e focalizzandoci sul discorso audiovisivo, uno dei diversi percorsi tracciati dal postmoderno è quello che riguarda le etichette e la sua “revisione”.

Etichette di “genere” nel  più diffuso dei casi, ma a seguire e non con meno importanza le variegate dicotomie “cinefile” ( l’atavica sfida tra cinema di genere e cinema d’autore, ad esempio), o la suddivisione in categorie seriali, fiumane di opere banalizzate da una sola, grossa, lettera  maiuscola, in senso perentorio.

Seria A, Seria B, Serie Z: sono proprio le monolitiche identificazioni che il discorso audiovisivo porta avanti limitando le potenzialità del suo linguaggio e autolimitandosi per una discussione più stratificata

È quindi un fine distruttivo e caotico quello del postmoderno? La dispersione delle etichette, per un mondo senza più identificazioni e riferimenti?

La domanda posta crea milioni di interrogativi e conseguenti domande, con forse e probabilmente, nessuna univoca risposta ( come da prassi postmoderna), ma forse in aiuto, da traino per la riflessioni,  ci possiamo servire dell’emblema delle etichette, o di tutto ciò che l’uomo ha sempre, o con una certo snobismo, scartato per il suo non far parte di un armonia presupposta:

Il Brutto, o tutto ciò che non è conforme ad un discorso già precedentemente avviato e quindi in asincronia con il gusto di un tempo, banalizzato e spesso taciuto, almeno all’apparenza.

Perché se il brutto è sempre stato accademicamente scostato a favore di un presunto bello, il cattivo gusto, l’orrido ed il disgustoso rimane eternamente presente nella dimensione umana, o meglio, preponderante e bisognoso di attenzione, seppur nascosto.

E qua entra in gioco il protagonista della discussione, se non il punto futuro di tutto la mia rubrica.

Il Trash.

Perchè non è forse il Trash un brutto consapevole della suo essere vittima di etichetta,  quindi fiero del suo essere percepito brutto, diverso, sbagliato ed errato? E proprio nel trash l’etichetta quindi perde la sua valenza di limite e diventa traiettoria, proiezione e dialogo con noi stessi, bisogno e necessita che venga fuori “il lato grottesco che è nascosto dentro ognuno di noi” (citazione di Bonolisiana memoria).

Il Trash araldo del postmoderno, fiaccola accesa nel mare caotico della sua discussione, e percorso luminoso da perseguire.  La fine del brutto in quanto etichetta e limite, ma l’inizio del brutto come approccio esistenziale e con ciò che ci circonda.

E quindi considerando il trash come espressione pura dell’uomo e del suo tempo, libera da costrizioni e limiti, va capito, esaminato, sviscerato e riconosciuto.

Nella discussione audiovisiva quindi diviene potenziale rilancio di un futuro diverso e contaminato.

E andando in territorio italico, quale filone cinematografico è sempre stato vittima di incomprensione e sdegno (assurdamente più nel nostro tempo che in quello a cui appartiene) se non il Cinepanettone? Specchio lucido delle immagini del suo tempo, dei suoi costumi e delle sue icone.

La retrospettiva che quindi qua inauguro, dopo averne illustrato i presupposti, è proprio dedicata agli anni recentemente più rappresentativi del cinema italiano, da un punto di vista di importanza puramente esegetica, affiancabile solo a quel filone che anni prima creò il cinema italiano.

La “Discesa della Morte” da Vacanze di Natale 95, sintesi ideale di tutta la filmografia cinepanettoniana. di un intero immaginario e di un’epoca. Nichilismo avanguardistico con rimandi a Duchamp.

Tenterò di sviscerarne le sue forme, le icone, i costumi rappresentati ed i suoi linguaggi, evitando con una certa attenzione ogni limite dato da un giudizio di qualità.

Un viaggio quindi tra le nudità totemiche di Boldi e nichilistiche discese della morte, tra stereotipi ed archetipi, tra mostruosità e meravigliose volgarità. Un viaggio nel cinema, quindi, in quanto discussione costante del nostro essere.

Chiudo con una provocazione, o essenzialmente, con una delle principali domande che la rubrica tenterà di analizzare in questa viaggio vacanziero, quasi scimmiottando una frase iconica di quello che rimane uno dei capisaldi del postmoderno audiovisivo, Twin Peaks.

Il cinepanettone ha veramente ucciso il cinema italiano?

 

Boldi e De Sica, il Bugs Bunny ed il Daffy Duck dell’Italia anni 90, iconiche maschere che saranno centrali in tutto il percorso.

 

Ci hanno considerato spesso degradanti e culturalmente non evoluti, mentre noi semplicemente interpretavamo il nostro tempo.
Pippo Franco

 

 

 

 

 

 

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