Speciale Berlinale 68 – “Isle of Dogs” di Wes Anderson

Isle of Dogs
Il nuovo film di Wes Anderson in Anteprima direttamente dalla Berlinale 68!

Non sono più ben voluti, i cani, nella distopia nipponica da cui Wes Anderson prende le mosse per il suo secondo stop-motion.
Reclusi in una isola, visibilmente separata dalla civiltà dittatoriale, i migliori amici dell’uomo si nutrono di spazzatura e, con la consapevolezza dell’essere umano, discutono e ricordano, con una dialogica aneddotica tipicamente, squisitamente andersoniana; sarà l’inattesa visita di Atari, nipote del vecchio sindaco, in cerca del fu suo amico a quattro zampe, a contestualizzare ulteriormente l’operazione in un universo iconografico che guarda al sol levante come minimale “simbolo” di tendenza autocoscientee.
Operazione che, nello specifico, l’autore aveva già in qualche modo accennato o persino costruito (si pensi ai personaggi di “The Royal Tenenbaums”, che non sono caratteri ma figure, disposte su un piano affinché l’immagine sia costruzione-da-sé e per-sé); quivi avanza dunque al passo successivo e ulteriore, ovvero imbastire un discorso estetico sull’estetica e le sue funzioni, laddove immagine è adesso veicolo più ampio d’interpretazione di sé e di quella funzione di cui sopra; giustapponendo i sensi, l’imago discute l’immaginario e lo declina nella sua stessa contingenza, alla maniera proprio di un “cartone” animato che compone l’impianto scenico, già invero strettamente legato al guinzaglio dei suoi protagonisti, intenti a smascherare uno scomodo modello politico, senza ricorrere alla contingenza della metafora (contingente, appunto, ma nondimeno pedante sul finale di “Grand Budapest Hotel”).
Osservando quindi un contesto che non gli è proprio, ma che gli permette senz’altro di parlare di immagine fin nella sua ossatura più intima (i giapponesi, cui la stilizzazione è componente linguistica, “intagliano” tutto, si appropriano del naturale donandovi una forma che consenta loro di dominarla, che si tratti del teatro della tradizione o del sushi, indistintamente), Anderson traduce perfettamente esigenza a narratzione, a sua immagine, somiglianza e fabbisogno, non più curante di una ulteriore sovrastruttura narrativa che, anzi, qui è contingentemente derivazione iconografica; prendendo pertanto spunto dall’”Akira” di Otomo (e nondimeno da “Ergo Proxy” di Murase), muovendosi sul fronte animato nipponico (Miyazaki in primis), Anderson si appropria definitivamente del proprio concetto estetico, astraendo forme che verranno poi, progressivamente, sempre ricontestualizzate in un orizzonte semantico che a quello stesso concetto risponderà (come, d’altro canto, nella stessa struttura dell’opera), giocando peraltro con le voci dei suoi simpatici protagonisti (Brayn Cranston, Tilda Swinton, Greta Gerwig tra gli altri).

Se quindi il continuo processo astrattivo, che si rivelò a nudo nell’ “iconografia della bandiera americana” dei Tenenbaums o nello sgargiante sottotesto artistico di Steve Zissou (senza dimenticare la “leggerezza” apparente di “Moonrise Kingdom” e il capovolgimento dei ruoli), porti qui l’autore a dislocare il senso stesso dell’immagine, è anche vero che, nel taglio più scheletrico, l’opera è invece di assai leggera fruizione, si comporta con i caratteri del “dramma”(turgico) andersoniano e giunge a riflessione mai precedentemente così precisa e puntuale, forse financo programmatica (tratto di più grande sorpresa, questo, pur a fronte della consueta genuinità del suo operato).
Un film dal taglio post-moderno che riesce, con la semplicità dell’intuito andersoniano, a decodificar(si) un momento di cinema.

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