Speciale Berlinale 68 – “Human, Time, Space and Human” di Kim Ki-duk

Inkan, Golkan, Sonkan Gringo Inkan

Il nuovo film di Kim Ki-duk alla sua premiere nella sezione Panorama, alla 68esima edizione della Berlinale


La microcosmia umanitaria di Kim Ki-duk torna costitutivamente in questo nuovissimo lavoro dell’autore coreano, che sceglie la via della metafora politica per raccogliere uomini di ogni estrazione e statuto sociale in una nave da guerra, alla volta di una crociera nell’acquea distesa della vita e dell’animo umano stesso.
Comincia d’altro canto così, il film: il trasporto marino, piccolo punto in un mare in(de)finito; prendendo le mosse dalla sua stessa filmografia, dal periodo cruento e socio-politico fino al lirismo estetico (ed estatico) di “Primavera…” , inevitabile accenno sin dal titolo, e seguenti, Kim parte altresì dall’acqua, miracolosa sorgente di crescita ed elaborazione, tanto umana quanto spaziale, in
un tempo perso che non interessa se non all’uomo, alla sua corsa, alla sua sopravvivenza. Un politico a bordo, un gangster che, con la sua banda, gli si propone protettore e consigliere: le ingiustizie smuovono, prevedibilmente, i “cittadini”, che siano essi inetti, ingiusti o valorosi ma nondimeno problematici, testimoni di un appiattimento del manicheismo che, a dir il vero, mai è stato vessillo dell’autore. E sin qui, dialoghi a parte, sembra tutto chiaro. 

Col passare della pellicola, quindi del tempo che smuove gli spazi e smussa gli animi predatori, in preda al terrore a loro volta, il concetto prende sempre il sopravvento, dispaccia le immagini come fossero prodotti di una macchina che, piuttosto che far da contraltare, asseconda un’architettura che volge ad orizzonti quasi antitetici. Se il gioco dei generi è di qualche interesse (cannibal movie, quindi horror, survival famelico, zombie-movie “religioso”), e nonostante ci sia, un orizzonte, laddove l’abbandono del mare per un altrettanto indefinito spazio ricorda il soffuso amore, altrettanto spaziale, di “Soffio”, è altrettanto vero che, consumando i suoi personaggi, il film comincia a consumarsi esso stesso per necessità, attaccato com’è al suo contesto “reale”, ai dinamismi di un paese che sembra sempre più appeso al filo d’un rasoio.
Ma se il punto di forza di Kim era sempre stato il riuscito connubio tra un contenuto allegorico e il lascito dell’immagine, qui, pur 
con la fisicità degli esordi, che quelle stesse immagini siano carne cruda da mangiare sembra fin troppo semplice. E, purtroppo, altrettanto prevedibile.

 

In ambo i casi, la donna, che contiene la vita, è vettore di una rinascita. Ma tra Eros, il tanto e famelico del film, e Thanatos, intercorre un equilibrio che le immagini, questa volta, non concedono. 

 

Ma il film, che anela a ben altro che alla semplicità, scade nel mero esplicito troppo spesso, negando la pur interessante pretesa finale che peraltro non tradisce il nichilismo estremo e rapace dell’ultima sequenza.
Vien da dire peccato, ma si può dopo la visione di un film “di pancia”? D’altro canto, Kim è sempre lì, seppur alle volte metta a dormire quell’estro estetico (e, di nuovo, estatico) che ne aveva fatto un’importante voce nel panorama internazionale.

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