Speciale Berlinale 68 – “Profile” di Timur Bekmambetov

Profile
Il nuovo film di Timur Bekmambetov in anteprima alla Berlinale 2018.

Banali, semplici le motivazioni che spingono i personaggi di Bekmambetov ad un’azione di più ampio respiro. Senza però lasciar loro il tempo di interagire, come a noi di valutare, sullo schermo d’un computer si consuma la messinscena di Amy, giornalista in erba alle prese con il recruitment system dei jihadisti, e Bilel, recrutatore narcisista e principe promesso di Melody, identità fittizia con la quale Amy si finge neo-convertita alla causa di Allah e disposta a sposare il suo mentore.
Rispetto al found-footage, posto che il film non lo sia in termini strettamente tecnici, di genere horror, il film non porta decisive novità sul piano della lavorazione del/sull’immagine, ma riflette con interesse (senza impegno) sulle tempistiche del thriller/action rapportate al solo uso di un desktop e delle sue applicazioni, che sono declinazioni di personalità nonché immagini giustapposte, capaci di interagire tra loro come invece gli esseri umani del film, fisicamente distanti, non riescono (sebbene sia giusto dire che la qual cosa non prenda alcuna piega retorica o più distrattamente facilona); è altresì curioso come la traduzione di una multi-personalità passi con facilità proprio dall’informatica, dalla gestione di più profili (al singolare, il titolo del film è lì che va a guardare) e, quindi, di più dinamiche comportamentali, della possibilità di più azioni contemporanea, di convivenza di luoghi nella capsula d’uno schermo di computer (in questo senso, le app e il loro utilizzano che permettono una lavorazione artigianale dell’immagine, la personalità del singolo la delimitano, ne creano un contorno e una versione materiale, de facto).
Senza spingersi ergo sul versante teorico, al servizio di un controcampo narrativo necessario ma essenziale nel suo “rigore”, il regista kazako si concede poco, lascia tutto alla semplicità del suo concept e ad un atipico, almeno per il pubblico di grande respiro, impianto scenico.

Un’operazione complessivamente riuscita, che guarda da un lato a certo f/f di recente, importantissima provenienza, preoccupandosi dall’altro di calare il genere nella consuetudinaria classicità di un thriller a tema, lavorando al contempo sull’immagine non come materia prima (il ché, probabilmente, non lo consegnerà ai capolavori di questa generica), ma, e questo è tratto distintivo per un prodotto commerciale, come prodotto già esistente, con una sua storia e una richiesta di ulteriore modifica. 

Ad avercene, di roba che ci ricorda quanto il found-footage sia tra i generi più importanti della contemporaneità.

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