Speciale Berlinale 68 – “Season of the Devil” di Lav Diaz

Ang Panahon ng Halimaw (Season of the Devil)
Il nuovo film di Lav Diaz presentato alla Berlinale 2018.

A due anni dalla scalata al potere di Narciso (1977 nel film), dittatore-predicatore probabilmente ispirato a Marcos (raffigurato con due volti, uno dei quali pare di un intellettuale dormiente, nella parte posteriore del capo), la situazione, per un villaggio del paese, non è affatto semplice.
A far da contraltare alla miserevole tragedia di un governatore auto-elettosi Dio, ispirando nei suoi sottoposti la necessità d’un nuovo culto, il poeta Haniway, che mediante la sua voce traduce artisticamente un inevitabile malcontento che ha i tratti della disperazione e della rassegnazione più efferata.
Seguendo un modello in realtà non sconosciuto al suo cinema (Melancholia, Century of Birthing quelli di più facile memoria in questo riguardo), Diaz propone il canto come antropologica espressione di una sorte, sia essa già segnata o piuttosto in arrivo; mediante esso, e nella sua forma cantata e in quella liricamente recitata, memore di una metrica tragica drasticamente contestuale ancorché già declinatasi nel corso della sua opera, i personaggi vivono della propria, impellente necessità di dar tono e forma ad un altrimenti astruso e impossibile habitat.

Il bianco e nero, topos significante dell’autore filippino, fa qui da specchio tanto della sua filmografia (chiamando in causa una sorta di opera omnia, che ci informa di come il cinema di Diaz non sia arrivato ad un punto fermo, bensì a nuova genesi) quanto dell’animo dei suoi interpreti, il cui attraversamento del campo (dell’immagine come dell’ambiente) è cifra di sospensione, di paure, d’attese che tali permangono anche quando una ragione più intima e personale avrebbe potuto intervenire.
Mentre quindi creature di altri mondi si intervallano tra le foreste, la violenta dittatura militare si fa violenza (e)statica, il montaggio scandisce il ritualismo lirico di questo canto corale e perenne, la camera cambia posizione insieme al destino delle sue ignare comparse.
Così, quando Lorena, moglie del poeta, si fa essa stessa poesia trasfigurando la propria natura umana, giacché perde sé e la propria forma nello stupro prima, nella morte poi, quel canto blues cui si fa partecipe è un richiamo apotropaico di iniziazione, prepara il film tutto al sacrificio di sé, della narrazione (cui pure lo stesso Diaz riserva maggiore attenzione), dell’immagine (l’ultimo istante del film è strozzatura d’un esorcismo).

Così, ancora, lavorando sul campo-contro-campo degli ambienti (di cui la suddetta “morfologia” apotropaica, e dell’ambiente stesso nonché del “divin” dittatore), l’opera declina con squisita tragicità un intero contesto politico, lontano nel tempo ma attuale e urgente al punto da appiattirsi nella monocromaticità del bianco e nero chiaroscurale, da significante a significato sintattico non solo del linguaggio d’un singolo film, ma forse di un intero iter filmografico.
La stagione della caccia, nonché del demonio, è cominciata, e la sua fine è solo un grido d’aiuto malamente riuscito in un sonno lungo, lunghissimo, troppo lungo perché vi sia speranza. Dal 1979.
Solo il Cinema, quindi, può scacciare i demoni. Ma se questi cambiano forma? La risposta che da Diaz è probabilmente il senso stesso circa il perché l’uomo abbia cominciato a far la Settima Arte.

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