Speciale Berlinale 68 – “Don’t worry, He won’t get far on foot” di Gus Van Sant

Don’t worry, He won’t get far on foot
Il nuovo film di Gus Van Sant presentato alla Berlinale 2018.

Intervallando il presente filmico e il passato narrativo, Van Sant traduce, con pertinente rigore, la storia di John Callahan, disabile cartoonista dai temi provocatori e scottanti, tornando così a quel genere, il biopic, che lo ha consacrato alla Storia del Cinema.
Commosso e commovente, divertito e divertente, l’ultimo lavoro del regista di Louisville non cede mai alla sempre facile retorica circostanziale, non prende scappatoie ma, anzi, tenta di leggere un handicap provocato (a causa di un incidente stradale) come un’opportunità per riflettere sull’immagine e la sua funzione in una narrazione che già esiste, giacché realmente accaduta.
Così, associando all’intervallo temporale quello dell’ontologia per immagini, tra sketch che approfondiscono stati d’animo e scorrimenti di significanti, il film può operare su più fronti, come se, insieme al protagonista, cercasse di piazzare il proprio racconto a quante più testate disponibili alla pubblicazione.
Inevitabile, pertanto, pensare alla cross-medialità di To Die For (1995), di cui il film condivide il tratto dissacrante del sociale di contesto nonché l’esilarante, assurdo presupposto ai fatti, e, come proprio nel film di metà anni ‘90, Van Sant sia tornato a mettere in piedi (come da titolo) una riflessione concernente i topoi del suo cinema, dall’iconizzazione de-costruente di Drugstore Cowboy (1989) (anche qui, una icona pop rock come Jack Black al servizio di una redenzione), al biopic di un habitat quale Paranoid Park (2008), passando inevitabilmente per la Trilogia della Morte. In questi riguardi, la figura di Jonah Hill (in stato di grazia) a capo degli alcolisti anonimi ove John troverà un importante sostegno, è cruciale per comprendere quali indirizzi e necessità muovino realmente il cinema di un grande incompreso.
Quel che esce fuori dalla sinergia di Don’t Worry è proprio una finissima riflessione sullo storytelling nel post-moderno, sulla difficoltà di coniugare un modello atipico in una società refrattaria, ancorché una presa di considerazione e posizione cui un autore sempre a cavallo tra l’autorialità il consumo di massa (raro, ma presente nel suo corpus operis): come il suo protagonista, Van Sant si immagina storpio, capace di muoversi solo su una sedia a rotelle elettronica, incontrando pur nondimeno le resistenze di chi, ancora, fa del taboo una ingombrante prigione intellettuale. Ancora, con la complicità della bellissima Annu (Rooney Mara, splendida), l’opera si concede una sessualità non originale nel genere, ma dicotomicamente contingente per la narrazione.

Un film che sa appassionare, far ridere e anche riflettere, coi toni di chi deve parlare a una conferenza, ma poco prima s’è preso la briga di scherzare o persino alzar la voce coi compagni di sventura.

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