Speciale Berlinale 68 – “Mein bruder heißt Robert und ist ein idiot” di Philip Gröning

Mein bruder heißt Robert und ist ein idiot
Il nuovo film di Philip Gröning alla Berlinale 2018.

 



Elena (Julia Zanke) sta preparando l’esame finale di filosofia, e ha solo il fine settimana per poterlo fare. Vive con il fratello Robert (Josef Mattes) e, pare, il padre, che li ha portati in mezzo alla natura, lontano dai centri metropolitani, in cerca di quiete.
L’esistenza dei due, gemelli, è un costante intervallo tra una lite e l’altra, laddove lei rimprovera a lui d’essere un idiota, mentre questi cerca di spiegarle la filosofia nei concetti di tempo, durata, interventi dello spazio, comprensione di esso e d
el senso della vita, in relazione a quanto sopra. La problematicità della relazione, costantemente sospesa nelle distanze “fisiche” dei due corpi, è anzitutto, propriamente, la filosofia stessa in cerca di comprensione: è nel tempo che si distende la tensione sessuale incestuosa, sempre in cerca di altra soddisfazione fugace e lamentosa; nella durata che Gröning si concede afflati malickiani d’ultimo respiro (laddove l’intera opera giri vorticosamente attorno a quel sempre più importante “Badlands”, esordio alla cinepresa dell’autore statunitense nel lontano ma vicinissimo 1973); nello spazio wendersiano, che tanto guarda a “Paris, Texas” quanto prende da “Alice in den Städten” (1973) o “Der Stand der Dinge” (1982) che l’opera si compone di importanti referenze esistenziali, non a caso, che indagano la vita e il tempo percorrendo spazi indefiniti, incompiuti, epifanici.
Quando dunque i due decideranno, annoiati, di prendere possesso della stazione di servizio dove sembra che si siano sempre riforniti di cibi e bevande, un nuovo scenario si profila per il resto del tempo a loro disposizione: interpretando caratteri che invertono i ruoli così come la tendenza del film, i due gemelli si avvicinano nella distanza che li separa; così Elena si allontana dal fratello per andare in moto con l’amico di sempre, Erich, uno dei due gestori (l’altro è Adolf: che la direzione fosse già chiara?), adulto e ben più grande di loro, che le farà scoprire come dalle antenne della stazione radiofonica arrivi una musica che pervade il corpo, pur impercettibile all’orecchio. Nel frattempo, Robert si ritroverà solo coi fantasmi di un passato assai vicino, in lassi di tempo brevi che ne consegneranno la musicalità ad una ritualistica danza, quasi iniziazione di un’ultima, sfilettata parte dell’opera che apre all’astrazione: dei concetti prima, dei rapporti poi, del corpus (forse in parte operis dell’autore) infine.

La camera, pertanto, interpreta, indaga, quando può persino invade, dettai tempi del riempimento degli spazi, alla ricerca di quei concetti distudio filosofico nel linguaggio, cinematografico e letterario, nella sua terminologia più intima, s(of)focata da una relazione statica, estetica, quasi-platonica che terminerà con l’incoscienza dell’atto.

Il sangue, che lungo la pellicola è stato celato sotto le mentite spoglie degli insetti sulle gambe di Elena, del prurito da essi provocato, della contro-estetica dei giovani corpi, tanto prorompenti quanto incatenati da necessità rapportuali, e che solo in acqua trovano il pieno conforto, è adesso “mestruale” nel senso più allegorico che si possa attribuire al cinema di Gröning, in un climax che prende le mosse dalla contemplazione percettiva di “Die Große Stille” (2005), sporcandosi però le mani come in “Die Frau des Polizisten” (2013), da cui il ritorno alla famiglia e alle dinamiche relazionali ad essa interne.

Il metodo dell’autore, sempre legato all’espressione concettuale, viene quindi messo in costante discussione da quegli elementi che segnavano anomalia già in passato, permettendo, già in fase di scrittura, un lavoro complesso e (a)dinamico sul background dei caratteri, la capacità di conviverci, la ricerca di un futuro che sembra sospeso al netto di un presente avulso da ogni giudizio (ed è così che, intelligentemente, la cinepresa del regista segue il percorso dialettico di una scoperta, ma tenendo “fede”, parola chiave in questo modello filmico, alla necessità primaria: l’esame di filosofia).

 

Senz’altro problematico, indeciso e sospeso nell’interrogativo: esser una celebrazione di sé o riflessione più ampia e importante su concetti filosofico-esistenziali poco attinenti, e quindi urgenti, ad un discorso contemporaneo?
Gröning sembra non avere una risposta, uno spazio, sentendosi distante da ciò che gli sta attorno,
anelando una fuga, come quella di Robert in una Maserati, che gli permetta di sfilacciare ancor di 
più la già corposa durata del suo film (fattore-tempo determinante, nell’economia del suo discorso),; allo stesso modo, la facoltà di non rispondere, se la attribuisce la presente, colpevole dell’idiozia imputata al protagonista maschile, che pure tra i due sembra il più attento a ricercare attorno a sé il senso di qualcosa, facendo convergere attorno alla sua figura invece quelle piccole apparizioni di significanti che fanno tornare umani i personaggi, ignari del caso anche laddove capaci di saperlo interpretare. Ma aprendo una finestra attuale sull’umano nel contemporaneo, i suoi rapporti, le sue pretese. 

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