Speciale Berlinale 68 – “Unsane” di Steven Soderbergh

Unsane
Il nuovo film di Steven Soderbergh alla Berlinale 2018.


Il linguaggio audiovisivo contemporaneo ha spesso valicato i confini della percezione, giungendo così a nuove formule e di stampo teorico e d’intrattenimento. 

Coniugando le due cose, Soderbergh, a pochi mesi dalla presentazione di “Logan Lucky” (2017), sceglie il suo genere cardine, il thriller, per ridiscuterne il linguaggio.
Gira dunque con un cellulare,
deuteragonista silenzioso di un dramma che si consuma come una batteria di un telefono, senza possibilità di ricarica, che consuma così anche Sawyer (Claire Foy), determinata donna in cerca di successo professionale, che rifiuta le ambigue avances del capo ma che, dopo aver sedotto uno sconosciuto, lo rifiuta prontamente: un attacco di panico, le memorie di uno stalker, che realizziamo d’aver conosciuto sin dalle prime, distanti battute. Recatasi in una struttura per parlare con qualcuno, la protagonista ne rimane prigioniera, come lo è dell’inquadratura telefonica, costante complice dell’estraniamento suo e nostro, alienante sintassi di un linguaggio difficile, opprimente. Cercherà aiuto in tutti i modi, Sawyer, perché resasi conto che il suo stalker è lì, l’ha seguita e non vuole lasciarla andare.

Nessuno ascolta, nessuno capisce, nessuno vede; il cellulare non è solo mezzo di comunicazione con l’esterno, fuori campo di speranza, bensì struttura stessa del film: la versatilità e portabilità dell’oggetto è inversamente proporzionale alla sua funzione salvifica, accentua la visibilità del soggetto rendendolo vulnerabile e facile vittima di una stratificata e perversa permeabilità social(e) (interessante, in questi riguardi, il paragone con “Profile” di Timur Bekmambetov, presentato a questa stessa edizione della Berlinale).
E in effetti, facendo interagire i suoi personaggi con la distanza di una comunicazione telefonica, Soderbergh riesce a tradurre le paure della protagonista con un ricco parco di espedienti estetici che, più ampiamente, riflettono sul problematico, stalkeristico rapporto contingente di narrazione e messinscena, nonché sulla necessità di convivenza e condivisione di spazi
tra scrittura e produzione, che sono quelli di un set; d’altrocanto, la stessa struttura psichiatrica cui Sawyer si rivolge sembra un’impalcatura, palcoscenico ove la rappresentazione, quella social(e) del contemporaneo, prende il sopravvento su una realtà non altrimenti distinguibile.

In questo modo, ciò che è carnale, fisico, (fatto di celluloide, verrebbe da dire, quella degli alberi da cui per la prima volta vediamo David, lo stalker, osservare la sua inconsapevole vittima) viene rimandato, guardato da lontano, in favore di un più elettronico, più facilmente “digitale” approccio al linguaggio (quando Matt Damon, che interpreta un agente anti-stalking, consiglia a Sawyer di disfarsi dei profili social nonché dello stesso cellulare, la vittima non sembra convinta; adescherà proprio con Tinder, o simile, lo sconosciuto di cui sopra).
Quando però è proprio la componente fatta di carne ad esplodere, il cinema si è riappropriato del suo mezzo verosimile, scardina la componente messinscenica artificiosa e torna a parlare di storie comuni di altrettanto comuni esseri umani. Legati al cellulare, all’esigenza dell’esibizione, allo showreel di immagini che ne dettano l’identità.
Quindi mai veramente liberati.


Una riflessione importante e urgente sul cinema di genere nel contemporaneo, da uno degli autori che si dimostrano, di volta in volta, sempre più versatili nel panorama odierno.

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