Speciale Berlinale 68 – “Transit” di Christian Petzold

Transit
Il nuovo film di Christian Petzold alla Berlinale 2018.


Dall’omonimo romanzo di Anna Seghers, militante del Partito Comunista Tedesco dagli anni ‘20, Petzold trae questo suo ultimo, raffinatissimo capitolo di una storia che si protrae sin da quella sonata iniziale, dapprincipio “Die Innere Sicherheit” (2001), e che nel corso del suo microcosmo storico ha trovato pian piano spazi e tempi fantasmatici, ricorrenti lungo tutta l’opera petzoldiana.
Nel frattempo, però, da quella dichiarazione di poetici intenti che fu “
Gespenster” (2005), ne è passata di acqua pel mulino, e il consumo della storia, nella filmografia torrentizia di Petzold, ha giocato un ruolo fondamentale, a cominciare da “Barbara” (2012), passando per “Phoenix” (2014) sino alla conclusione di una ipotetica trilogia in materia.

Se però, dalla DDR della bionda Barbara e i suoi sottotesti fin troppo velati, alla vicenda di Nelly e l’interpretazione del φἀντασμα di sé, la Storia ha fatto da contesto immobile, pauroso e potente, a questo giro l’autore di Hilden sceglie di adattare ai nostri giorni il romanzo di cui sopra, pubblicato solo a guerra finita, premurandosi cionnondimeno di storicizzare il contesto, astraendo presente e passato mescolandoli in un presente scenico (e scenografico), ove i personaggi, dal protagonista Georg (Frank Rogowski) alla bellissima Marie (Paula Beer), vestono anni ‘40 ma vanno in giro con gli ultimi modelli d’auto, non dispongono di tecnologia alcuna ma si scontrano con gli anti-sommossa d’ultimo tiro. 

E se c’è lo spazio, che è francese e non tedesco, sembra mancare il tempo, deflagrato dai continui rimandi d’una partenza fantasmatica quanto la sua storia (e la Storia ov’è cronologicamente ambientato), da personaggi evanescenti che non finiscono la strada o che son già manchevoli di un connotato fisico, di una prova fattuale, di una vita.
Miscelando ulteriormente interni ed esterni, attento a non privare del suo Cinema la resa pur teatrale dei suoi spazi, nonché seguendo il codice strutturale (verrebbe da dire ontologico, nella misura della sua filmografia) storia-spazio-tempo, Petzold combina il piano dei campi, accenna ai piani sequenza salvo interromperli per creare una barriera che altrimenti era fisica (come la vetrata della tavola calda, la finestra o la porta di una camera, di una casa, di una città, come nel caso del porto marsigliese), fotografa partenze da lontano e guarda dall’alto agli arrivi, spesso sempre gli stessi, lasciando invece fuori campo i dolorosi allontanamenti, che hanno volti d’altra razza, così vicini nel tempo e pur lontanissimi nello spazio filmico, emotivo, “politico” cui
Transit vuole trasportarci, muovendosi tra attualissime destre che ritornano, deportazioni imminenti e populismi dietro l’angolo (l’angolo del fuori campo, nello specifico sorprendente petzoldiano).

Transitando dunque per un porto di mare, convivenza interrazziale e miscellanea politica, nonché di moderno e nuovo a distanza di pochi metri (e la camminata di Georg verso il porto marsigliese, appena giuntovi, per poi spostarsi nei meandri della città vecchia, sono quasi una rappresentazione di ποίησις) la Storia di Petzold giunge al termine di un percorso travagliato e mascherato, che interpreta i suoi canoni ma rimane fedele al suo disegno laddove, questa Storia stessa, ne ha uno tutto suo che solo un ipotetico ritorno può abbellire dopo un brusco imbrattamento. E chissà che l’allusione a corpi bruciati e affondati non volesse restituire a Georg, al narratore-barista, a noi tutti, i colori ben più brillanti d’un esito diverso.
Ma in questa Storia, siamo come il personaggio di Barbara Auer. Fantasmi di passaggio, che hanno perso tutto, e vogliono perdere il resto. 

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