Speciale Berlinale 68 – “Grass” di Hong Sang-soo

Grass
Il nuovo film di Hong Sang-soo alla Berlinale 2018.


Stessi luoghi, stesse abitudini, stesse smanie. I personaggi di Sang-soo non sono mai fermi, pur nella loro statica abitudinarietà; soffrono di nevrosi che sono più ampiamente collettive, si ritrovano a parlarne insieme e, tra un convivio e l’altro, la narrazione prende forma da sé, senza necessità di interpreti ma col bisogno d’interpretarsi, d’interpretare, di capire.

Così Kim Min-hee, neo consorte del regista nonché musa di una vita, che aggroviglia la realtà attorno a sé sino a generarne una versione fittizia, o che per lo meno non sembra pienamente, coerentemente attinente al reale; lo spettatore si troverà dunque di fronte al più classico dei lavori dell’autore coreano: gli zoom-in, i movimenti di camera, gli esseri umani che si intervallano in una rete dialogica fatta di background tristi, colmi di una pietas “passeggera”, da bar, non-luogo di tutto il suo cinema, questa volta coadiuvato da un repertorio musicale classico che fa da contraltare (talvolta contrappasso) alle situazioni quotidiane da cui Hong astrae e ricompone i suoi caratteri, alle volte con l’impercettibilità di un movimento di camera, altre con l’esplicita ricorrenza alle dinamiche umane, familiari o più “semplicemente” conviviali che siano.

E se, tra tutti i suoi lavori auto-biografici, questo sia papabile per essere il più sentito, è nel discorso -meta che, esplicitamente come mai, “Grass” diviene una riflessione sul discorso cinematografico tout-court: tanti attori si incontrano, parlano dei propri progetti o delle sfortune, bevono, osservati attentamente da quella Kim che fa le veci del suo autore-compagno, ascolta e riporta per iscritto, pur dicendo di non far la scrittrice, quanto sente, vede, immagina (?), magari per ulteriormente rendicontarne a chi il film lo stia, de facto, realizzando.

E’ un cinema sempre più delicatamente invasivo, quello di Hong; poesia è approccio, all’uomo e alla vita, sguardo sulla finestra di un paese i cui problemi vengon condensati tra i suoi individui, diluiti sulla scena più tradizionale che si possa immaginare, dissolti nelle soavi transizioni.
Un amore per il Cinema che è controversamente l’amore per la sua nuova fiamma, protagonista di un gossip mediatico cui il film fa certamente riferimento; malinconicamente attaccato al passato, ma con la necessità, pur reiterando i principi estetici della sua opera, di andare avanti, di trovar una via di fuga, un espediente, laddove mai preciso è il cambio di prospettiva, mai regolare il “piano” del luogo-set ove la vita si appropria della finzione, quindi del Cinema, pre-occupandosi di cercare una posizione solitaria, alienata, come la camera che guarda a distanza una non-scrittrice sedere finalmente con gli attori.
Fuori, l’erba del titolo, può ancora parlare di vita. Quindi di Cinema, rigoglioso e fertile.

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