Quello che non so degli Oscar

Politicamente discutibili ma mai ambigui, gli Academy Awards sfoggiano una visione sempre estremamente parziale dell’annata filmica trascorsa, e nonostante abbiano un seguito globale dal punto di vista mediatico, o forse proprio per questo, non riescono mai, anno dopo anno, a sfoltire quella ispida correttezza politica che li ricopre. La luccicante serie di film candidati è testimonianza di una percentuale minima del Cinema del 2017, soprattutto del Cinema americano, che ha offerto titoli quali Wonder Wheel (Woody Allen, 2017), mother! (Darren Aronofsky, 2017), Song to Song (Terrence Malick, 2017), You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, 2017), giusto per citarne alcuni.

Difficile, quando si parla di Oscar, prescindere da un discorso più prettamente economico-commerciale, cioè a dire domandarsi quale dei film sia più o meno capace di interessare il pubblico, intrattenerlo (intelligentemente?), colpirlo. D’altro canto è spesso merito di alcuni dei titoli degli Academy se la Settima Arte riesce a penetrare così prepotentemente nell’immaginario comune: a prescindere che un film “sappia vendersi” o meno, i meccanismi dell’immaginario collettivo si attivano spesso imprevedibilmente, trasformando in icone istantanee immagini che vengono a posteriori caricate di significato, ben oltre la semplice dimensione filmica dello schermo. Ecco, per esempio, Another Day of Sun di La La Land diventare la musica dello sponsor TIM nei programmi sportivi. È dunque possibile leggere gli Academy Awards come un giro di boa per l’immaginario postmoderno audiovisivo, desideroso di ri-aggiornarsi di anno in anno: il grande pubblico è pronto a nuove icone, stendardi infantili ma comunque importanti per rappresentare (a livello molto superficiale, ma tant’è) la Settima Arte e il Grande Schermo?

La creatura acquatica di The Shape of Water di Guillermo del Toro spera tanto, in questo senso: che possa essere un riferimento comune, facilitato di certo dall’esplicita citazione a un antico mostro che aveva conquistato il grande pubblico del passato, quello della Laguna Nera. Nondimeno può diventare emblematico il post-coeniano Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, nel riuscire a dare un’idea così sfaccettata ma non scomoda della rabbia dell’essere umano, a sostituzione della ben più complessa (da trattare) stupidità dei vari Burn After Reading e Fargo dei fratelli Coen (la presenza della McDormand ci rimanda, anche qui per meccanismi iconografici, proprio a questi due titoli). Potrebbe invece colpire abbastanza nel segno il Get Out di Jordan Peele, forse uscito troppo presto nelle sale cinematografiche italiane per poter essere preso sul serio? Di certo può farlo con più facilità di Darkest Hour di Joe Wright, che riciclando il suo stesso modus operandi registico si è limitato a consegnare a Gary Oldman una buona confezione dove far affacciare il suo ben truccato faccione di elegante istrionismo.

La scena del 2017 a Hollywood è politicamente indirizzata dagli scandali post-Weinstein: basta un’analisi veloce per intuire la conseguente esclusione totale di Wonder Wheel (candidato ai Razzie: per chi non ne sa nulla, potrebbe sembrare un film orribile) e l’inclusione quasi forzata di Lady Bird di Greta Gerwig (la Gerwig insieme a Timothée Chalamet si sarebbero espressi ai danni di Woody Allen a proposito degli ultimi sviluppi del caso Dylan Farrow). L’approccio anti-trumpiano, già introdotto dalle declamazioni di Meryl Streep ai Golden Globes del 2017, sembra invece notarsi in opere come The Post di Steven Spielberg , Call Me By Your Name di Luca Guadagnino o addirittura Roman J. Israel, Esq. di Dan Gilroy, che non presenterebbero di per loro intenzioni esplicitamente rivolte al presente politico ma che costituiscono, nell’economia del discorso-Academy, pedine perfettamente manovrabili in una scacchiera che vede il perbenismo imperante in vantaggio sulla qualità. Insomma, i 90th Academy Awards si presentano senza rischi intrapresi, ma solo con confortanti e accomodanti certezze.

Si toccano sia vertici qualitativi che profondità imbarazzanti, nelle candidature di quest’anno. Si va dalla raffinatezza crudele di Phantom Thread di Paul Thomas Anderson agli esperimenti animati spudorati come Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (il punto più basso del Cinema del 2017), dall’urgente regia di The Post alla pornografia documentaristica di Last Men in Aleppo di Feras Fayyad (candidato al miglior documentario); si vanno dunque a sfiorare livelli differenti, pur nel panorama complessivamente insignificante inquadrato in precedenza.

Qualche perla ce la nascondono i premi secondari: di certo l’Episodio VIII di Star Wars ad opera di Rian Johnson è il più bel film di quelli candidati quest’anno (ed è anche di diritto in un’eventuale top ten del 2017); e sicuramente Coco di Lee Unkrich (Pixar) non sfigura a fianco della maggior parte dei titoli candidati al miglior film. Ferdinand di Carlos Saldanha e Baby Boss di Tom McGrath, nell’ambito dell’animazione, offrono tasselli in più per riflettere sulle recenti operazioni non-Disney (rispettivamente 20th Century Fox/Blue Sky Studios e Dreamworks Animation), e in particolare Ferdinand regala più di una chiave di lettura per interpretare la eccellente filmografia di Carlos Saldanha (Ice Age, Robots, Rio). Inoltre, dimostrano come purtroppo le grandi produzioni, nell’ambito dell’animazione, offrano prodotti ben più interessanti di quelle piccole realtà un po’ più defilate che sfornano opere come The Breadwinner di Nora Twomey e passano, com’è giusto, inosservate: sono anni che l’animazione indipendente agli Oscar non riesce a trovare il proprio posto (i dimenticati La tartaruga rossa di Michael Dudok de Wit, o O menino e o mundo di Ale Abreu), se non quando giungono perle dall’Estremo Oriente nipponico.

Mediocre è invece l’offerta delle candidature al miglior film straniero, e manco a dirlo priva di enormi perle presentate nei festival internazionali. Se The Square di Ruben Ostlund è da un lato l’opera più ambigua e stratificata (amata e odiata in egual misura fin dai tempi della Palma d’Oro a Cannes), dall’altro film come On Body and Soul di Ildikò Enyedi, Una mujer fantastica di Sebastian Lélio e The Insult di Ziad Douairi riescono a mettere d’accordo tutti talvolta fingendo un assente coraggio politico, altre volte trovando consensi eccessivi per pretese neanche così enormi.

Nell’ambito del documentario, si distinguono Visages, Villages di Agnès Varda e JR, pur costituendo un’opera minore nell’enorme filmografia della regista francese, e Strong Island di Yance Ford, in cui mettersi in gioco davanti alla macchina da presa non è mai stato così urgente e doloroso. Discutono invece in modo meno problematico un aspro spirito di indignazione Last Men in Aleppo e anche Abacus di Steve James, doc impersonali che trovano con difficoltà il loro posto in questi Academy Awards. Icarus di Bryan Fogel ha il piccolo merito di dare un quadro delle operazioni Netflix nell’ambito del documentario; è infatti, insieme a Strong Island, disponibile sulla suddetta piattaforma.

Le sceneggiature sembrano premiare il vetriolo piuttosto che la complessità: la candidatura sbrigativa a The Big Sick di Michael Showalter e quella neanche tanto imprevedibile al Sorkin di Molly’s Game sono testimonianza proprio di questo. E appare strana a questo punto l’esclusione di I, Tonya di Craig Gillespie da questa categoria. Sembra invece più una candidatura al soggetto quella per le sceneggiature di Get Out e di Logan di James Mangold: in questi casi si va ben oltre il dialogo, qui si discute di dignità dei generi.

Mudbound di Dee Rees, insieme a Dunkirk di Christopher Nolan e a Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, sono invece quei casi più trasversali di pellicole pluricandidate che occupano esattamente il posto che volevano occupare fin dalla fase realizzativa: Mudbound con la sua Storia romanzata e catchy; Dunkirk con la superbia finto-autoriale della sua elementare regia; e Blade Runner 2049 che ha portato anche i critici più preparati alle conclusioni più contraddittorie. Sembra che il fumo negli occhi, proprio come la nebbia che attanaglia la vista del novello Deckard-Gosling, sia a fare padrone quest’anno. Sia che la si voglia vedere nei costumi pomposi della Bella e la bestia di Bill Condon e di Vittoria e Abdul di Stephen Frears, sia che lo si voglia percepire nello scontato trucco di Wonder di Stephen Chbosky, sia che lo si voglia sentire negli afflati antonioniani di Loveless di Andrej Zvyagintsev. Proprio in questi casi si finisce per trascurare pellicole più importanti che ricevono miseri contentini: Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott (che sia accontentato vista la definitiva presa di posizione in merito all’affaire Spacey?), The War – Il pianeta delle scimmie di Matt Reeves, e pure Baby Driver di Edward Wright, che pure nella sua immediatezza pop ha ben più personalità di molte altre pellicole qui proposte (oltre a possedere il miglior montaggio sonoro in assoluto del 2017).

Forse un po’ triste è ammettere che Meryl Streep dia la migliore interpretazione di quest’anno, contro altre performance decisamente più trascurabili (la McDormand con buona probabilità si porterà a casa una statuetta che comunque merita per ben altre caratterizzazioni nella sua carriera); più triste ancora è che i più bravi attori protagonisti (Daniel Day-Lewis e Timothée Chalamet) si vedranno soffiato l’Oscar dal mattatore Gary Churchill Oldman, che se non lo vince ora non lo vince più. Rispetto ai trascurabili attori non protagonisti (il Defoe di The Florida Project è proprio l’ingrediente che avvelena la pellicola di Sean Baker) si voglia porre attenzione invece alle attrici non protagoniste: dovrebbe andare a mani basse a Lesley Mannings di Phantom Thread, ma finirà nelle mani di interpretazioni ben più insignificanti, fra un’Allison Janney e una Laurie Metcalf qualunque (rispettivamente, I, Tonya e Lady Bird).

Se dunque c’è qualche difficoltà nel decidere per chi tifare, fra le poche pellicole davvero meritevoli – The Post, Call Me By Your Name che ci chiama all’impeto patriottico, e l’enorme Phantom Thread –, è sicuramente più facile capire contro chi fare il tifo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *