Japanese Animēshon: Opening

Japanese Animēshon: Opening

È ormai noto a tutti che con anime (abbreviazione del termine giapponese Animēshon) ci si riferisca ad un prodotto d’animazione proveniente dal Sol Levante, sia esso un lungometraggio o una serie televisiva. Malgrado il significato etimologico non differisca dal termine inglese d’origine (animation), la parola anime ha oggi ottenuto una sua unicità semantica, definendo non solo la provenienza geografica del prodotto in questione, ma soprattutto tematiche, stili ed una particolare, riconoscibile estetica.

 

 

                                                                                                 Tetsuwan Atom (1963) – Osamu Tezuka

L’industria nipponica è infatti l’unica al mondo a possedere un termine-contenitore per le sue opere e, seppur il motivo possa essere riconducibile all’impressionante quantitativo di prodotti che ha sfornato dalla sua nascita ad oggi, rimane comunque evidente che la principale ragione è data dall’importanza socio-culturale che il fenomeno ha generato a livello globale. Se però, l’animazione giapponese non ha fatto fatica, soprattutto dopo gli anni ‘70, a diffondersi in tutti gli angoli del globo diventando veicolo prioritario degli eroi di intere generazioni è altrettanto vero che in Occidente essa ha subito un processo di stereotipizzazione che l’ha troppo spesso relegata al settore di intrattenimento per bambini. E, riflettendo su alcuni degli anime che hanno segnato la storia del genere, si fa fatica a spiegarne le ragioni. Che si tratti di Tetsuwan Atom (1963) di Osamu Tezuka (conosciuto in occidente come Astro Boy) primo prodotto seriale televisivo e capostipite del genere dei mecha, o di Akira (1988) di Katsuhiro Otomo, che ha contribuito enormemente alla diffusione degli anime in Occidente, passando per Kaze no tani no Naushika (Nausicaä della Valle del Vento, 1984 – Hayao Miyazaki) o Mononoke-hime (Principessa Mononoke, 1997 – Hayao Miyazaki) del ben noto Studio Ghibli, e Shin seiki Evangerion (Neon Genesis Evangelion, 1995/1996 – Hideki Anno), fenomeno globale che in Giappone ha avuto una risonanza simile a Star Wars negli States, fino ad arrivare a Papurika (Paprika, 2006 – Satoshi Kon), gli anime hanno dimostrato di potersi rivolgere ad un pubblico quanto più variegato e ampio possibile, di essere capaci, anche nelle loro rappresentazioni più infantili, di veicolare messaggi dai caratteri universali e di farsi specchio, forse come nessun altra forma d’arte, del contemporaneo e dei suoi fenomeni sociali.

 

 

                                                                                                                Papurika (2006) – Satoshi Kon

L’obiettivo di questa rubrica sarà quindi quello di ridare dignità ad un fenomeno che, soprattutto nella sua espressione seriale, è da sempre stato privato del suo intrinseco valore artistico. Per fare questo, analizzeremo generi, strutture e fenomeni che fanno degli anime non un sotto-genere bensì una forma espressiva a sé stante, rispondente a determinate leggi e convenzioni, e che è quantomai collegata, nelle sue espressioni più pure, forse più che ogni altra forma di animazione, a concetti quali l’autorialità e l’identità registica. Non è un caso, infatti, che l’animazione giapponese sia parte integrante delle trasmutazioni mediali dei servizi on-demand. E, riflettendoci, non è un caso che la serialità contemporanea guardi alle strutture episodiche dell’animazione giapponese (è sempre più presente la “serialità della decina”). Mai come oggi il Sol Levante è stato culturalmente così accessibile. Mai come oggi ha senso tracciare un percorso nella storia, analizzando le opere che hanno fatto degli anime un unicum espressivo dalle infinite possibilità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *