Il Cinema Filippino: Excursus Storico

IL CINEMA FILIPPINO: EXCURSUS STORICO

Al giorno d’oggi le filippine rappresentano una realtà ben consolidata del panorama cinematografico internazionale soprattutto in ambito festivaliero grazie principalmente ad autori che, con le loro opere, sono riusciti a conquistare ampie fette di critica e pubblico ottenendo grandi riconoscimenti a livello globale. I principali fautori di questo successo sono Brillante Mendoza (miglior regia a Cannes nel 2009 con Kinatay) e il pluripremiato Lav Diaz (tra gli altri ha vinto il Pardo d’oro a Locarno nel 2014 con From what is before e il Leone d’oro a Venezia nel 2016 con The woman who left) insieme ai giovani e talentuosissimi Gym Lumbera, Raya Martin e John Torres e ai grandi nomi della vecchia generazione come Khavn de la Cruz (nell’underground), Eddie Garcia e Kidlat Tahimik. Ciò potrebbe far pensare, erroneamente, che il cinema filippino si sia sviluppato e abbia assunto, quindi, una fisionomia ben precisia solo nel terzo millennio grazie principalmente ai registi sopracitati. Invece quello a cui stiamo assistendo oggi non è altro che l’evoluzione di una tradizione filmica che trova le sue radici nel secondo decennio del Novecento (La Vida de Jose Rizal di Edward Gross del 1912) e che sebbene dimenticata (le testimonianze, però, ci sono e come) risulta essere fondamentale per capire come è cambiato nel corso degli anni il cinema di questa realtà insulare del sud-est asiatico.

Nelle Filippine, fin dagli esordi la produzione, la distribuzione e quindi tutto il processo realizzativo era sotto il controllo hollywoodiano che ne gestiva severamente il mercato andando quindi ad intaccare le opere degli artisti emergenti nelle quali erano presenti elementi fortemente legati alle tradizioni popolari e al folklore, racchiusi in una struttura molto legata ai canoni occidentali, in modo tale da renderle facilmente fruibili ad un pubblico internazionale non avvezzo e neanche particolarmente interessato alla cultura filippina. Il risultato ibrido di questa coesione trovò la sua identità nei musical, nelle commedie, nei fantasy e soprattutto nei melodrammi. Come reazione al controllo serrato delle major occidentali, alcuni giovani registi insorsero e iniziò una lunga produzione filmica in lingua locale, rivolta al popolo e alla massa di persone che per ovvi motivi non parlavano l’inglese. Ciò portò alla nascita del Bakya, il cui nome deriva dai caratteristici zoccoli di legno utilizzati dalla popolazione filippina prima dell’introduzione del sandalo di gomma, che simboleggiavano la povertà in cui era immersa la nazione. Queste erano opere che attingevano principalmente al teatro Senàkulo, devota e rispettosa raffigurazione delle sofferenze e della morte di Cristo molto in linea con l’iconografia ispanica e alla Sarsuwela, reinterpretazione in chiave filippina dell’Opera spagnola (zarzuela), genere lirico e drammatico che alternava balli, canti e dialoghi, quello che chiamiamo comunemente musical. Il primo a seguire questa linea produttiva fu José Nepomuceno che viene anche considerato da molti il pioniere del cinema filippino in lingua tagalog con Dalagang Bukid (1919, che tra l’altro con uno stratagemma geniale riuscì ad evadere il problema del muto) sempre di stampo teatrale. A lui vanno anche i meriti del primo horror legato chiaramente alle creature folkloristiche che popolavano gli incubi degli abitanti filippini. Il film in questione è Ang Manananggal del 1927, un horror simil-vampiresco andato perduto come buona parte della filmografia antecedente la Seconda Guerra Mondiale.

                                                                                 Le immagini ivi riportate rappresentano scene, rispettivamente, del
Sarsuwela e del Senakulo


Dalagang Bukid (1919)

 

La svolta avvenne nel 1952 quando Manuel Conde diresse Genghis Khan che segnò in un certo senso l’abbandono degli stilemi e dei codici prettamente “filippini” allargando i confini del cinema popolare e aprendosi a orizzonti più occidentali fondendo perfettamente il climax tipico delle loro produzioni con quello europeo e americano. Da qui deriva poi il genere epico che fu cavalcato da Lino Brocka, il più famoso regista dell’arcipelago, e dallo stesso Manuel Conde con il suo Sigfredo del 1954.

La forte influenza del cinema americano esplode però con il grande Eddie Romero (lavorò per Roger Corman) che si dedicò maggiormente all’exploitation arrivando persino a lavorare con star della blaxploitation come Pam Grier e Sid Haig in Donne in catene facente parte del filone chiamato “women in prison”. Pellicole che in realtà metaforizzavano le varie epoche coloniali subite dalle Filippine.



Eddie Romero

 

Molti film di quel periodo, infatti, mostravano anche una ricostruzione del drammatico periodo che vide l’isola sotto l’influenza della dominazione spagnola. Nel corso degli anni, infatti, il territorio fu devastato e martoriato da colonialismi (prima spagnolo e poi americano) guerre e dittature (famosa quella di Marcos). Un Paese, quindi, che ha affrontato catastrofi naturali, invasioni, crisi economiche, crisi politiche, governi autoritari, leggi marziali, conflitti interni, rivoluzioni, pressioni e destabilizzazioni prima di arrivare affannosamente ad una stabilità e ad una democrazia che ancora oggi è oggetto di pesanti rivisitazioni. Chiaramente tutto il suddetto subbuglio influenzò nettamente la cinematografia nazionale e si arrivò di conseguenza alla creazione di un immaginario di natura storico-politica portato avanti da autori che, nonostante erano/sono differenti tra loro al livello di approccio e sguardo filmico, erano/sono accomunati da una notevole sensibilità e immersione nel raccontare e mettere in scena le tristi vicende che hanno colpito un Paese affascinante e antico per cultura e tradizioni. Quindi il cinema diventa un importante mezzo di espressione e di rinascita, mezzo culturale e linguistico fondamentale per riportare e trasformare in immagini la storia tramite una colta e profonda analisi geopolitica sviscerante anche il rapporto esistenziale e non solo che lega il popolo alla terra di appartenenza. D’altrocanto autori come Lino Brocka e Mario O’Hara sono divenuti i principali ispiratori del cinema di Diaz e Mendoza. Due registi tra loro diversissimi ma uniti da un profondo rigore morale e da una filmografia che trasuda emozioni, suggestioni, sensibilità e lirismo figli di uno sguardo attento e critico a quello che era e a quello che è diventata la società filippina nel suo lento e faticoso evolversi. Un cinema che merita di essere (ri)scoperto e che dovrebbe andare oltre la semplice relegazione festivaliera.

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