Speciale Unnamed Footage Festival: Panoramica

Il 24 e il 25 marzo del 2018 si terrà in quel di San Francisco il primo festival internazionale dell’horror found footage, l’Unnamed Footage Festival, che si è presentato al pubblico del web con una successione di trailer in stile POV che riassumono notevolmente l’interesse da parte degli organizzatori ad offrire esperienze underground di livello molto viscerale ed enigmatico. L’Unnamed Footage Festival fa parte dell’itinerario underground del più grande Unnamed Film Festival di Philadelphia, viaggio all’interno del Cinema di genere. L’idea di Settima Arte che viene fuori almeno da un programma come quello dell’Unnamed Footage è quello di un Cinema indie sui generis, lontano e in netto contrasto con la realtà ormai normalizzata dei vari Sundance e SXSW.

Il 24 marzo verranno proiettati al Balboa Theatre Cold Ground di Fabien Delage (2017), The Next Big Thing di Brody Gusar (2016), Butterfly Kisses di Rafael Kapelinski (2017), Descent to Darkness: My European Nightmare di Rafael Cherkaski (2013), Unfriended di Levan Gabriadze (2014) e Long Pigs di Chris Power e Nathan Hymes (2007).

Il primo titolo è conseguenza diretta della New French Extremity diffusasi in Francia agli albori del Nuovo Millennio se non prima, in particolare di quella costola horror di cui sono importanti esponenti Fabrice Du Welz e Alexandre Aja. Fabien Delage sceglie la via del POV “estremo” per narrare il viaggio di due giornalisti e di altri “indagatori dell’incubo” alla ricerca della misteriosa ragione dietro la scomparsa e la morte di persone e animali sulle cime più innevate delle Alpi francesi. Suddetta ragione è parecchio prevedibile e ben trattata dal genere in altri esemplari; in Cold Ground c’è più che altro il tentativo da parte del found footage europeo di confrontarsi una volta per tutte con lo “scomodo” precedente statunitense di The Blair Witch Project (Myrick e Sanchez, 1999), ma anche con Exists dello stesso Eduardo Sanchez (2014). D’altro canto, si tratta forse del primo found footage in costume: ambientato negli anni ’70, con l’usuale filmato riscoperto stavolta anni dopo, vanta riprese in formato Super8.

Descent to Darkness: My European Nightmare è forse il capolavoro assoluto del genere horror found footage. Girato in Francia, ha come protagonista un cittadino di un paese inesistente dell’Est Europa intento a realizzare un documentario sulla sua esperienza nelle grandi capitali del continente. Goffo e inappropriato nella maggior parte delle situazioni in cui si viene a trovare, Sorgoi Prakov finisce per affrontare il mondo che lo circonda con le stesse armi di cui quel mondo l’ha munito. Descent to Darkness fu diffuso nel 2013 su YouTube gratuitamente e vi è rimasto fino al 2017 circa, quando è misteriosamente scomparso fino al recente annuncio della World Premiere ufficiale all’Unnamed. Finalmente vedrà la luce del grande schermo l’opera che più di tutte nel genere ha evidenziato le potenzialità dell’horror found footage e del mockumentary. Insistendo su una sorta di European Dream che diventa surrogato del già derivativo American Dream come avverrà con Be My Cat di Adrien Tofei nel 2015, il film di Rafael Cherkaski è un tripudio di forme e di idee visive, lanciato a rotta di collo verso una successione frastornante di spudorata violenza e memorabile vertov-iana schizofrenia. Sorgoi continua a montare il suo film anche quando a malapena ha un computer, anche quando la pazzia prende il suo sopravvento, come un novello Orlando Furioso dell’era digitale, e lo monta con una logica (sadiana) contraddittoriamente rafforzata dalla sua follia.

Unfriended è invece espressione di quel Cinema dell’Est Europa che tenta la strada dell’eccessivo per prendere posizione nel contesto più internazionale. Se Hardcore Henry di Ilya Naishuller (2015) univa il POV cinematografico con il POV da videogame, Unfriended tenta ancora una volta la carta trans-mediale ambientando l’intero film sullo schermo di un computer (come aveva fatto già The Collingswood Story di Michael Costanza nel 2002 e come aveva fatto per la maggior parte del minutaggio The Den di Zachary Donohue nel 2013). È dunque con la piattezza dell’immagine che Gabriadze pare voglia sforzarsi, anche a costo di riproporre la classica mattanza di adolescenti promiscui e privi d’anima in un gioco iconografico che pare più ammiccante che costituente; ma essendo il primo del genere ad essere distribuito nei Cinema, è stato erroneamente considerato un film innovativo. Poco o nulla viene fuori di quei fantasmi dell’era digitale che tanto innervano l’horror found footage e gran parte del cinema d’autore contemporaneo.

Long Pigs (2007) è invece un degradato, sporco e sgradevole mockumentary che fa il remake non ufficiale a C’est arrivé près de chez vous di Belvaux, Bonzel e Poelvoorde (1992) e si conclude quasi allo stesso modo, benché renda più grossolana la proposizione a-morale del punto di vista e offra un po’ poco in termini di violenza esibita.

Il 25 marzo verranno invece proiettati Boots on the Ground di Louise Melville (2017), Be My Cat: A Film for Anne di Adrien Tofei (2015), The Road Movie di Dmitrii Kalashnikov (2016), The Triangle di David Blair, Nathaniel Peterson, Adam Stilwell, Adam Pitman e Andrew Rizzo (2016), #Screamers di Dean Matthew Ronalds (2016) e WNUF: Halloween Special di Chris LaMartina, James Branscome, Shawn Jones, Lonnie Martin, Matthew Menter, Scott Maccubbin e Andy Schoeb (2013).

Be My Cat: A Film for Anne prosegue lo stesso discorso intrapreso da Sorgoi Prakov sulla topografia del POV europeo continentale instaurando un confronto più specifico con le realtà americane dello stesso genere e non solo, anche con il cinema hollywoodiano, preso di mira con l’esplicito riferimento alla Anne del titolo (proprio Anne Hathaway). Un giovane aspirante regista rumeno vuole realizzare un film per Anne Hathaway per poterla incontrare e usare come attrice, e come “testimonianza” del suo volere comincia a realizzare dei veri e propri snuff movie con una strana ingenua ostinazione, che sembra portarlo a un livello di pazzia diverso e altro rispetto a quello di Sorgoi Prakov. La crudezza della mise en scène, pur se trattenuta al momento dei bagni di sangue, è ficcante quando deve colpire lo spettatore occidentale nel cuore delle sue credenze e certezze audiovisive più comuni.

The Triangle è invece un anomalo horror dell’invisibile, che fa il paio in un certo senso con l’anti-horror Dark Night di Tim Sutton (2016). In The Triangle ciò che è deformante e opprimente sta nell’inconscio collettivo e in nulla di tangibile né percepibile. Quattro ragazzi vengono chiamati a raccolta da un loro amico che vive in una comunità del deserto del Montana, un non-luogo di matrice van-santiana (Gerry, 2002) in cui il confine fra le realtà soggettive delle persone sembra sciogliersi a favore di una comune appartenenza a un sogno comune – anche a costo che diventi un incubo. La messa in scena è ardita e spettacolare, non propriamente fedele alle regole del genere ma curata nella sua struttura post-produttiva: l’uso dello split screen raggiunge livelli che hanno pochi precedenti nell’ambito del genere; e anche certi deragliamenti più onirici, che diremmo più propriamente appartenenti alla fiction tout-court, vengono esibiti con forte audacia.

Dalla lontana San Francisco, sembra muoversi qualcosa per il genere dell’horror found footage, sia statunitense che non: la forma più “istituzionalizzata” per la diffusione del nuovo Cinema, un Festival, può essere la sede giusta perché questo genere possa prendere il suo posto definitivo nell’immaginario collettivo.

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