Speciale Unnamed Footage Festival: “Be My Cat: A Film for Anne” di Adrien Tofei

In Romania, Adrien ha intenzione di realizzare un film, e per farlo ha bisogno di un’attrice. Nel film l’attrice dovrà essere aggredita e uccisa da lui stesso, che avrà opportunamente predisposto la camera in un punto tale da permettere allo spettatore di gustarsi tutta la scena. Le attrici che trova sono ragazze non professioniste che hanno il desiderio talvolta ambizioso di sfondare. Adrien però ha solo un’idea: quella di realizzare qualcosa di incredibilmente vero, che il suo idolo Anne Hathaway non potrà far altro che apprezzare, in modo tale che la stessa Anne possa diventare una sua attrice, un giorno. La verità delle scene da girare però prende il sopravvento, e Adrien non ha intenzione di porre limiti alla sua verve sperimentale.

Be My Cat: A Film For Anne si presenta come un anomalo POV-killer, ovverossia un found footage in cui il filmato è montato direttamente dal killer, che si priva così facendo dello statuto assoluto di “antagonista” nell’economia narrativa poiché diventa egli stesso il protagonista in scena: lo spettatore volenti o nolenti è portato a seguirlo. Be My Cat è in grado di capovolgere e problematizzare ulteriormente l’assetto a-morale dello sguardo rispetto a film come C’est arrivé prèz de ches vous (1992), Long Pigs (2007) e Sorgoi Prakov (2013), di cui si è già discusso in questo blog: se nei primi due casi seguiamo semplicemente i killer che uccidono senza pietà, e in Sorgoi Prakov siamo testimoni del sempre crescente istinto omicida-cannibale del protagonista, in Be My Cat la follia innerva fin dall’inizio l’immagine, incarnata direttamente nella sua povertà e nel suo degrado. Adrien effettua in camera un vero e proprio atto di confessione, rivolgendosi direttamente alla sua amata Anne Hathaway per soddisfare di contro la voglia di divismo che lo contraddistingue: la sua confessione non è solo quella di un fan-boy, ma anche quella di un regista che vuole creare un’esperienza cinematica unica, e anche quella di un attore vanesio. L’azzeramento morale del film, dimostrato dall’assenza di gerarchie di immagini e di situazioni, è diretta conseguenza della natura stessa dell’immagine, che rispetto allo spettatore impone una certa distanza, solo solo per i bordi dello schermo, tale da poter rendere possibile, visibile e accettabile anche il peggiore degli atti osceni. Adrien sfrutta questo potenziale “imparziale” e “a-etico” dell’immagine per creare pura esperienza, come farebbero la maggior parte dei registi found footage horror, e non è un caso che non cambi il suo stesso nome nella diegesi filmica. La parte finale del film giunge dunque a rivelare la vera natura delle ossessioni di Adrien: il divismo e il sensazionalismo dell’evento filmato, un sensazionalismo che prescinde dalla morale e va direttamente alla pancia dello spettatore. Solo in questo modo, per il regista di Be My Cat, è possibile raggiungere una – bassa, assurda, contraddittoria – catarsi.

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