Speciale Rendez-vous: “Jeannette – L’enfance de Jeanne d’Arc” di Bruno Dumont

Ci sono decine di film su Giovanna d’Arco fatti in Francia. Non è molto originale. Ma il mio è uno dei primi sulla sua infanzia. Il mio film finisce dove iniziano tutti gli altri” (Bruno Dumont)

Nel disperato tentativo di colmare la profonda contraddizione che sente insita in se stessa, la giovane Giovanna d’Arco vive nella costante tensione verso Dio. Dio che dà e che toglie, che condanna alle fiamme eterne migliaia di persone mentre lei pronuncia una piccola umile preghiera, Dio che dovrà accettare una bugia per concederle la possibilità di andare a combattere. Dio sta, come sempre in Dumont, in un’altra dimensione, che non è spazialmente diversa da quella di Jeannette, ma è propriamente all’interno del quadro cinematografico, ai suoi bordi, nel suo ritmo. Per Bruno Dumont l’Arte è un’occasione per vedere Dio, perché nella realtà non è più possibile. E quindi, Dio non sta di fatto nella logica con cui l’inquadratura e il montaggio, materie prime della Settima Arte, tagliano e cuciono l’immagine cinematografica? Ovverossia in quel senso cui risponde un campo/controcampo, o una soggettiva su un cielo terso e luminoso?

Da Camille Claudel 1915 (2013) in poi Bruno Dumont ha assunto una piega surrealista che, con Hors Satan (2011), sembra aver capito che è il Cinema stesso a coincidere del tutto con la divinità. E che è dunque con l’invisibile che, quando si fa Cinema, si deve avere a che fare. L’invisibile cinematografico si declina nella ricostruzione, nel découpage di immagine e di senso, dunque in una ricontestualizzazione – storica, di genere. Eppure il genere, in Ma Loute (2016) o in Jeannette, non è mai matrice di riconoscimento postmoderno nello spettatore; è piuttosto occasione per la surrealtà, per la finzione in cui ricostruire Dio. Alla fine dei conti, si tratta di usare l’invisibile (il genere cinematografico, l’immaginario, la mitologia) per farlo vedere, sentire nel proseguire dell’immagine, nell’irruzione improvvisa della musica, anch’essa regista ritmico e montatore deciso, nella tensione continua fra diegetico ed extra-diegetico che è quella che Giovanna ha con Dio, con il fuoricampo, con la cinepresa stessa che si fa sguardo divino. Del musical, Dumont ha ripreso l’essenza: il dialogo intimo del personaggio con lo spettatore, con l’Altro-Dal-Film, con il suo movimento, con l’assenza, con il Cinema.

Loin de vous, mon ame a découvert l’étrange amour de l’absence

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