Speciale Rendez-vous: “La vie de Jesus” di Bruno Dumont

La vie de Jesus di Bruno Dumont 
Il primo film del regista francese per il Festival di Cinema d’oltralpe in Italia

 

L’equilibrio è, per Dumont, quella condizione in cui il corpo restituisca una concretezza al pensiero cerebrale.
Non a caso, le atarassiche forme del suo naturalismo si sospendono, sospendendo giudizio, nell’invisibile che lega Freddy tanto ai suoi amici, disoccupati e annoiati come lui, quanto alla paesaggistica contemplata in un momento vuoto, morto, che prende vita tramite il suono d’un fringuello o un rapporto sessuale con l’amata Marie. 
Le giornate trascorrono nel nulla, sognando un fuoricampo che sembra rimanere tale anche quando incluso, seppur solo narrativamente, nel piano visibile,intervallate dalle prove con la banda del paese, dalla messa a nuovo di un’auto che porterà il gruppo a vagare pel vicinato costiero, o le molestie ad una povera malcapitata, rea soltanto d’esser corpulenta. Allo stesso modo, a Kader, arabo, viene rimproverato di non appartener alla stessa razza dei più: la diversità, che ha volti e connotati, non è contemplata, giacché alla teoresi è solo concetta la paesaggistica, pur non drammaturgica, che diventa essa stessa connotato di tutto un paese.

Così, quando Kader si mostrerà interessato a Marie, a sua volta solo fisicamente votata ad un amore che non sembra avere altri contorni, altre risonanze che non siano quelle del contatto tra corpi, sarà ritenuto imperdonabile, e non per una “mera” gelosia, bensì perché Kader stesso, ontologicamente diverso, sta attraversando un confine (di nuovo), varcando una soglia che il guardo giovanile dumontiano non comprende e non può tollerare. In un raffinatissimo ritratto, pittoricamente fiammingo, di un intero paese, Dumont prova a rappresentare il Male, che sia di vivere o di fare, seguendo Freddy e i suoi amici che non hanno, ancora una volta in essere, le proprietà “umane” per interagire con la complessa struttura filmica, disperdendosi nelle dissolvenze in nero che, anche quando nel finale “perdonano” il tragico epilogo, forse dapprincipio annunciato, agiscono in combutta con una luce malevola, che copre il sole mentre Freddy, sdraiato sull’erba come fosse in una tomba, si abbandona ad un fato incerto quanto l’intera direzione del film di cui, va ricordato, gli attori son tutti non professionisti.

 

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