L’uomo è ciò che guarda: intervista con Bruno Dumont

L’uomo è ciò che guarda
una conversazione con Bruno Dumont

di Enrico B. Lo Coco e Marco Grifò

Il 7 Aprile 2018, in occasione del secondo appuntamento del Festival Rendez-vous, che porta ogni anno, in giro per l’Italia, il Cinema Francese a spasso, All Blog and No Play e Specchio Scuro, in collaborazione, hanno avuto l’onore di incontrare Bruno Dumont e porgli alcune domande circa il suo Cinema e le sue idee ad esso legate.

“Volevamo cominciare chiedendole: in un cinema di luoghi, anche concettualmente parlando, dove si trova Bruno Dumont?”

“Non ne ho idea”, dice ridendo. Continua: “E’ difficile per un cineasta capire dove si trovi, è più facile per i critici, o per gli spettatori, dargli una collocazione, io sono troppo nel mio mondo per poter rispondere”.

“E allora rilanciamo: dove si trova e come si pone il cinema contemporaneo, così legato al visibile e che necessita di fagocitarlo, il visibile, rispetto a quello di Dumont, delicatamente esploratore dell’invisibile?”

“Tento di fare un Cinema d’arte, un’Arte del Cinema, più che altro. I miei film vogliono essere cinematografici, mentre quelli di oggi, per lo più, sono film assai poco cinematografici. Miro ad un “cinematografico” rispetto al mio paese, la mia regione nonché la mia storia e la mia cultura, ma è anche vero che l’Arte Cinematografica non è dei nostri giorni”.

“Scendendo nel dettaglio, notiamo nei suoi film un’attenzione particolare per le soggettive, per i campi lunghi, i paesaggi apparentemente vuoti, come se ci fosse un mistero invisibile o insondabile da indagare: in questi riguardi, che ruolo svolge la post-produzione, il montaggio, e che ruolo dovrebbe avere, più nello specifico, nel Cinema?”

“Penso che la ripresa dei paesaggi nel Cinema non abbia niente a che vedere con il reale, ma che in realtà abbia a che vedere con l’interiorità, che sia espressione di una interiorità. Quando sto filmando un paesaggio, sto filmando l’interiorità del personaggio.

E la ragione principale è il montaggio (lo chiama découpage, ndr), nel senso che si taglia, si realizza, si crea una realtà che per me è totalmente Spirituale. Credo profondamente che il Cinema sia un’Arte dell’interiorità; filma l’interiore, il cuore, quello che non possiamo filmare, quindi filmiamo l’esterno tentando di rappresentare l’interno.”

“Abbiamo notato che dopo Hors Satan il suo Cinema si è contestualizzato più su periodi storici e generi cinematografici. E’ cambiato l’obiettivo del suo Cinema, o è questa una evoluzione naturale?”

“Penso che sia una evoluzione naturale, nel senso che sicuramente il mio Cinema va verso il Surrealismo Poetico, lasciando la psicologia normale che non mi interessa più, sposando quindi un versante più poetico.
Anche l’evoluzione del comico va in questo senso, come anche un film musicale: sicuramente si va verso qualcosa che è molto meno naturale e che ha molto più della trasfigurazione [Jeanette, l’enfance de Jean d’Arc, ndr]”.

“Avremmo un’ultima domanda: uno di noi [Enrico, ndr] ha studiato Filosofia, ed è aspirante autore: gli è sempre stato rimproverato, o ci è sempre stata anche solo curiosità in merito, di non esser mai chiaro circa se il Cinema fosse al servizio della Filosofia, o la Filosofia al servizio del Cinema. Come la vede Bruno Dumont?”.

“Il problema della Filosofia è che è molto cerebrale. Sicuramente il Cinema porta un equilibrio alla Filosofia che è la corporeità, il legame col reale.
Il rischio è quello di fare un Cinema fin troppo intellettuale, e non è questo l’obiettivo, non si deve essere troppo intellettuali; sicuramente ci deve essere un respiro, un’idea filosofica dietro, un pensiero, ma dopo di ché ci sono le inquadrature, l’esterno, l’esteriore che porta realtà al Cinema.”

“L’ultimissima domanda, allora: [ridiamo tutti] che cos’è la forma?”.

“La forma? La forma è rendere visibile l’invisibile. Per esempio ne “La vie de Jesus” l’idea è quella di filmare il male, di darvi una forma: ma che cos’è il Male? Filmare un uomo, dunque, raccontare una storia cercando di portar fuori il Male facendolo uscire all’interno di tutti gli spettatori”.

Ringraziamo, dunque, per la disponibilità e chiediamo di fare una foto.
Nella stessa giornata, più avanti, e il giorno dopo, abbiamo occasione di ascoltare le domande e risposte dopo ciascuna proiezione in programma: viene chiesto di tutto e di più, ma alcune riflessioni colpiscono parecchio, a partire dal “Sacro”. Il cinema, secondo Dumont, sarebbe il solo luogo di manifestazione del “Sacro”, giacché la realtà ne è priva (specie nel nostro paese, con la presenza della Chiesa Cattolica, specifica); e allora il “Sacro”, che è irreale, deve passare dal reale, necessariamente da ciò che essendo reale contribuisce all’irreale, che sia il corpo di una bambina, il suo volto, il suo sguardo, o più in generale i corpi, i movimenti, la naturalezza (più volte chiama in causa il “Naturalismo” dei suoi film, giustappunto).
Dice anche che lavorare con i non professionisti gli abbia permesso più volte di insistere sulla distanza che esiste tra il ruolo e l’interprete, l’uomo e il carattere da mettere in scena. Chi non fa un mestiere che pur deve portare sullo schermo, è più facilmente malleabile, influenzabile dall’esterno: non c’è vergogna, se c’è l’uomo, e questo vale per qualcuno con dei tic nervosi o persino per un disabile, partecipe come chiunque altro del processo creativo.

Un ringraziamento speciale ad Eric Biagi, direttore dell’Institut Français di Palermo, e Simona Marino, che gentilmente ha fatto per noi da interprete con il regista.

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