Speciale FEFF 20: “Steel Rain” di Yang Woo-seok

Film d’apertura del 20° Far East Film Festival di Udine, 2018

Un thriller di diversivi e simulazioni. Così si potrebbe definire Steel Rain del regista sudcoreano Yang Woo-seok; un blockbuster fantapolitico che cerca di raccontare, col continuo rischio dello spiegone, un’immaginaria situazione in cui un colpo di stato in Nord Corea manda all’aria decenni di equilibrio sul filo del rasoio fra parte nord e parte sud della penisola. Si parla di diversivi e simulazioni poiché, come nel miglior action ad effetto, cioè a dire sciorinante coups de théatre a mai finire, ogni situazione è capovolgibile nel suo senso narrativo. In parole povere, niente è quasi sempre come sembra. Steel Rain è in questo senso un blockbuster consapevole della necessaria logorrea della dietrologia e del colpo di scena, quasi inevitabile se si vuole intrattenere per 139 minuti.

Prodotto da Netflix (!) e già disponibile in quasi tutto il mondo sulla suddetta piattaforma, Steel Rain deve il suo titolo alla pioggia di metallo che cade sopra la massa di ragazzine esultanti durante una cerimonia di accoglienza del Grande Generale nordcoreano, e che è causa di una strage vera e propria che ferisce quasi a morte il suddetto premier – sempre spiritosamente censurato in volto, o perché coperto da qualcosa o perché tagliato dal bordo dell’immagine, recluso in un satirico fuoricampo, anche quando raffigurato da una statua. Il golpe militare porta immediatamente il Giappone, la Cina e gli USA a porre la dovuta attenzione su una situazione potenzialmente fuori controllo. In particolare gli americani tentano di intervenire tramite videoconferenze del presidente degli Stati Uniti col governo sudcoreano, oppure tramite agenti della CIA in incognito. Sono proprio gli americani a distribuire continuamente dati statistici ai coreani “quelli capitalisti”; sono sempre gli americani a sapere come eventualmente potranno andare le cose, tra la possibilità di sganciare la nucleare e la possibilità di seguire i dettami di uno scontro bellico tradizionale. Nonostante le sporadiche apparizioni dei personaggi senza occhi a mandorla, il modello statunitense sembra tenere le fila nel film; è in realtà scopo di Steel Rain cercare di scrollarsi di dosso il peso di un’immaginario declinabile, al cinema, in modelli action triti e ritriti, che invero però il film, incoerentemente, rispetta tutti. L’ultima “bugia” detta all’agente della CIA, così come la risoluzione dell’inghippo finale (nell’economia dei personaggi protagonisti, sarà una vittoria di Pirro), sarebbero svolte narrative che lasciano intendere il tentativo dell’assunzione di un’autonomia da parte dei sudcoreani, sia nella diegesi propriamente detta – in termini, come già detto, narrativi – sia nell’extradiegetico metafilmico, ovverossia nell’assunzione dell’indipendenza da parte del cinema sudcoreano rispetto al modello occidentale – con cui però non fa altro che dialogare. Il film sfiora soltanto quello che, geopoliticamente, sembra essere il suo intento, cioè osservare il cinema di genere cercando di rivoltarlo nei suoi stereotipi occidentali: e questo perché, nonostante diversivi e simulazioni adottati contro coloro che li hanno creati (i creatori del coatto immaginario globalizzante), la rivincita sudcoreana è qui aneddotica e contingente, in quanto deve troppo a quel modello da cui, in un certo senso, vorrebbe distanziarsi. E questo perché sicuramente quello è il modello che fa incassare un film del genere, anche in madrepatria sudcoreana. Perché il film di genere è “per tutti”, come i G-Dragons sudcoreani nel film. Qualcuno potrà apprezzare il compromesso, che è poi quello dato dall’amicizia fra i due protagonisti (nordcoreano uno, sudcoreano l’altro), che finiranno per accettarsi l’un l’altro pur con le rispettive convinzioni. Ma è un compromesso vacillante e, alla fine dei conti, poco interessante, né davvero coinvolgente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *