Speciale FEFF 20: “The Promise” di Sophon Sukdapisit

Il genere horror è uno dei generi più spiccatamente cinematografici che vediamo sul grande schermo. Volenti o nolenti, bello o brutto che sia, il film horror deve necessariamente utilizzare la materia prima del cinema: l’inquadratura, il montaggio, il movimento di camera. E’ per questo che pur non distinguendosi troppo, The Promise di Sophon Sukdapisit (2017) si rivela un onesto tentativo di parlare ancora una volta dell’utilizzo dei segni nel cinema horror.

Per utilizzo di segni intendasi il ricorso ad oggetti, volti o situazioni che nello stesso film horror si ripropongono più e più volte per illudere lo spettatore di un abitudine e poi depistarlo, o al fine di uno spavento o al fine più strutturale – e meno contingente – di una messa in dubbio epistemologica di quanto mostrato. In The Promise a tornare in continuazione sono disegni, luoghi ma soprattutto devices tecnologici. Molte volte essi fungono da filtro per poter osservare la presenza oscura che tortura psicologicamente la giovane Bell e sua madre. Il filtro richiama immediatamente all’utilizzo, come già detto, della materia prima filmografica: perfettamente coerente, in questo senso, il ricorso al POV di quando in quando nel film per parlare di parzialità del punto di vista e di minaccia del fuoricampo.

La tecnologia come elemento quotidiano, osservata anche nel suo evolversi (la vicenda è svolta in due momenti storici, il 1997 e il 2017), è il mezzo con cui si va vivo lo spirito vendicativo. Non sono l’elettricità e l’elettromagnetismo i viatici preferiti (come nello storico Poltergeist di Tobe Hooper, 1982), ma le onde elettromagnetiche e le tecnologie della telefonia, come in The Call di Takashi Miike, 2003, citato esplicitamente in un paio di momenti. Solo che più che attraverso le telefonate dirette (in un cinema nel film, non a caso, appare la locandina di Scream di Wes Craven, 1996), i segnali della presenza malefica si vedono nei video, nelle registrazioni del telefono e altrettanto nei brevi messaggi di un vecchio cerca-persone. Si propone inoltre, nel film, un curioso parallelo tra il filtro della tecnologia, con cui il malefico trova le fessure per interagire col reale, e il filtro del sogno e dell’infanzia. Come se la tecnologia del terzo millennio avesse assunto quella stessa impalpabile condizione percettiva che proveremmo in una fase REM o nella perenne immersione fantasiosa della gioventù.

E’ così che The Promise riesce a generalizzare un discorso sul contemporaneo che apparentemente sembra solo centrato sulla situazione socio-economica della Thailandia, osservata con piglio critico opportuno: i personaggi, protagonisti inclusi, sono costantemente spezzati fra ricchi e poveri e conseguenti caste, e il loro atteggiamento – nonché la loro moralità – cambia in funzione di queste partizioni. Alla fine è continuo sfruttamento reciproco, quello fra i personaggi, anche sfruttamento di loro stessi. Ma il film riesce ad andare oltre qualunque regionalismo. In questo quadro desolante, non appare difficile credere in una presenza malefica, tant’è che il discorso scetticismo, sempre troppo presente nella maggior parte degli horror di produzione recente, è in The Promise assente, permettendo al film, pur in una durata eccessiva, di focalizzare l’attenzione sul fattore paura. E benché lo spavento arrivi un po’ meno volte rispetto ai desideri della pellicola e del suo regista, l’onestà dell’operazione arriva tutta, soprattutto perché sa utilizzare il mezzo Cinema come pochi film di genere (occidentali e orientali) sanno fare.

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