Speciale FEFF 20: “The Scythian Lamb” di Daihachi Yoshida

Sulla scorta delle esperienze cinematografiche dei registi giapponesi degli anni ’70 (Nagisa Oshima e Shohei Imamura prima di tutto), Daihachi Yoshida realizza un’intelligente parabola, grottesca e genuinamente fuorviante, sul pregiudizio e sulla percezione che conduce allo stesso. 6 ex detenuti vengono reintegrati per un bizzarro provvedimento comunale in una piccola località costiera, in cui, una volta all’anno, si celebra il rito del Nororo, nel quale una misteriosa creatura abissale che non può essere guardata in nessun caso si dice attraversi l’intero paese di notte. Una gigantesca statua del mostro si erge sopra una scogliera, a redarguire gli individui più curiosi. Intanto i 6 ex carcerati cercano di integrarsi in una società che riesce ad accettarli solo tramite quelle che sembrano devianza, perversione o follia. O semplicemente le si percepisce in quanto tali, perché in realtà è tutto letteralmente “negli occhi di chi guarda”.

E’ infatti grazie ad una messa in scena sospesa e attonita (da shoegazer) che Yoshida riesce a inserire lo spettatore in questo gioco delle prese di posizione. I 6 personaggi sono realmente minacce per tutti gli altri, o è solo una nostra impressione? E in questo caso, lo sguardo cinematografico come può porsi rispetto alla libertà di interpretazione? Sembra che l’unica possibilità per non dare una risposta etica netta sia, in The Scythian Lamb, il parossismo, il nonsense e un ritmo di montaggio compassato e sempre sul punto di esplodere. Esattamente com’è parossistica e assurda la comune abitudine, innata nell’uomo di civiltà, di giudicare al solo vedere, a seconda di come si vede. Ipnotico ma anche subdolamente accattivante, The Scythian Lamb utilizza lo sguardo cinematografico per domandarsi (e domandare) che conseguenze possa avere il guardare ciò che ci circonda nel vivere comune.

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