Speciale FEFF 20: “Forgotten” di Zhang Hang-jun

Difficile parlare di Forgotten senza ricorrere a pesanti e irrimediabili spoiler, anche perché come spesso avviene nelle produzioni sudcoreane per il grande pubblico la narrazione supera di molto i confini del credibile e sfocia nella complessità più farraginosa. Basti sapere in questo caso che gli autori sudcoreani hanno spesso voglia di far quadrare tutti i conti, anche quelli degli snodi più gratuiti e casuali; nel caso di Forgotten quadra tutto anche fin troppo.

Eppure il film di Zhang Hang-jun si prenota una posizione bizzarra e particolare nel panorama del cinema contemporaneo, non tanto per un qualsivoglia discorso tematico, ma piuttosto per come riesce a riportare al centro una riflessione metalinguistica sul modo in cui, in Estremo Oriente, si fa Cinema. I film sudcoreani di ultima generazione risentono sempre di una dipendenza dall’immaginario occidentale, specialmente americano, ormai inevitabilmente globalizzante. Se non per rade sfumature, il pubblico di tutto il mondo si aspetta e desidera film non troppo dissimili fra loro. Questo legame con l’Estremo Occidente, in Corea del Sud, è stato amplificato dalle produzioni Netflix (si pensi a Steel Rain di Yang Woo-seok, di cui già si è parlato in queste pagine, o al regista Bong di Okja), che dal canto loro dettano sempre di più un imperativo roboante sull’immaginario collettivo. Le produzioni netflixiane condividono molto con il Nuovo Cinema Coreano (non tanto quello di Lee Chang-dong, ma quello di Park Chan-wook o Kim Jee-won): film ad effetto, accecanti e virtuosistici, che colgano alla sprovvista lo spettatore parlando alle sue viscere. Non sembra tanto dissimile da un film coreano anche Beasts of No Nation di Cary Fukunaga.

Ma piuttosto che lanciarsi in una questione che risulterebbe noiosamente annosa, ovverossia chi abbia influenzato chi, pare più interessante invece notare come Forgotten riesca ad essere un mix micidiale di Koshikei di Nagisa Oshima (1968) e la serie tv Black Mirror (in particolare White Bear, 2×03, di Carl Tibbets, 2013, e Shut Up and Dance, 3×03, di James Watkins, 2016). Vero è che sono riferimenti prettamente narrativi, ma in un film come Forgotten che deve la sua ragione di essere alla  narrazione (in un tentativo di coerenza anche formale che pur troppo risulta fallimentare, ma poco importa), è lecito pensare il riferimento narrativo proprio come riferimento estetico.

In Koshikei un condannato a morte sopravvive a un’impiccagione, ma si scorda completamente di essere colpevole. Per poterlo giustiziare nuovamente, i suoi strozzini devono fargli ricordare tutto. Questa necessaria coerenza “fatale” che determina la legittimità o meno anche di un atto giudiziario – del tutto contrario agli interessi dell’imputato – è un aspetto che in Nagisa Oshima diventa assunto di una cultura giapponese castrante ed eccessivamente logica, necessariamente cozzante col tono grottesco e satirico che poi ha il film. Questa pretesa di totale chiarezza, coerenza, pur fino all’iperbole, è come se fosse stata assorbita dall’ “emoglobinico” cinema sudcoreano, che pur nei suoi eccessi vuole sempre apparire eccessivamente preciso – anche quando parla addirittura di massimi sistemi, vedasi The Wailing aka Goksung di Na Hong-jin. Solo che nella maggior parte delle produzioni sudcoreane questo aspetto perfezionistico non è messo in discussione. Forgotten è il caso raro in cui ciò avviene involontariamente. Ma perché di fronte a un’estetica così abusata e stra-nota qual è quella adottata da Zhang Hang-jun, salta immediatamente all’occhio dello spettatore più smaliziato il riferimento a un modo di fare di Cinema che dai primi Nolan al cinema di David Fincher è ormai immerso nel nostro immaginario (in Forgotten c’è anche una citazione esplicita a The Usual Suspects, di Bryan Singer, 1995). A prescindere dalla qualità dell’opera, ne viene fuori un resoconto problematico di come conviviamo con il nostro immaginario, e di come il cinema sudcoreano può amabilmente (e involontariamente) discuterne.

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