Speciale FEFF 20: “The Name” di Akihiro Toda

Famiglia e morte sono sempre stati punti cardine del sentire nipponico. Basti guardare ad alcuni dei principali film di Yasujiro Ozu per comprendere come questi due aspetti della vita (ossimoro volontario) siano i motori principali delle vicende e non solo, anche delle pellicole stesse. Come Ozu, Akihiro Toda al suo quarto film, Namae, cerca di rendere famiglia e morte ingredienti principali della sua pellicola, questa volta sottolineando la valenza fondamentale di queste nella definizione di un’Identità – culturale, personale, antropologica. Il mix di commedia per teenager, dramma familiare e thriller paranormale non ha uno scopo postmoderno di messa in discussione dei generi; è invece l’inevitabile e naturale progredire di un ragionamento intorno ai massimi sistemi, affrontati da più punti di vista nient’affatto scollegati.

Con una camera spesso a mano, talvolta incastrata in raffinatissimi dolly che possono far convivere momenti cronologicamente diversi, talvolta ozu-ianamente immobile in interni caldi e riservati, Akihiro Toda cerca di ricreare un’intimità con il concetto stesso di ricerca di sé, dato per scontato spesso con approssimazioni pirandelliane; oppure, in casi di palati più sopraffini, pensato definitivamente superato dopo il titolo carax-iano di Holy Motors (2012) a dare una chiusa (ma postmoderna!) al cagionevole concetto di identità. Namae è in questo senso costruttivo, un film ottimista, in teoria un normalissimo coming-of-age che però passa attraverso la spersonalizzazione e addirittura la fantasmizzazione di sé. Perché l’identità è significativamente trattenuta nel limbo fra realtà e finzione, fra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere, tra recitazione e naturalezza.

Molto di tutto questo è espressamente dichiarato dalla delicatissima sceneggiatura del film e dunque dalle parole dei personaggi, ma avviene in coerenza a un approccio volutamente esplicito che è candido e – apparentemente – semplice. Un approccio che vive anche dei contesti in cui i protagonisti si muovono (diegetici) e dei contesti invece più concettuali (extra-diegetici) quali possono essere l’inquadratura, la carrellata o addirittura la musica. E’ proprio la cantilena leit-motiv che canticchia Eriko a scandire il film nei suoi tre capitoli e nel procedere lento e delicato delle sequenze – di una lenta presa di coscienza.

Namae è finalmente un film in cui la narrazione è al servizio della sensazione, del ripetersi delle immagini, della struttura estetica. Masao e Eriko fanno parte di quegli stessi personaggi che abitano le liriche di Makoto Shinkai o le pennellate dell’ultimo cinema di Terrence Malick. Amano i gesti e le cose più innocenti. E quell’amore è in quello sguardo finale fuoricampo di Eriko, verso un aereo che ha attraversato la sottile membrana fantasmatica fra Namae e Oltre le nuvole (2004) e ha deciso di solcare entrambi i cieli.

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