Speciale FEFF 20: “The Legend of the Demon Cat” di Chen Kaige

Non è solo in Occidente che le grande produzioni e i blockbuster tengono d’occhio il cinema del passato per tributarlo in eleganti e vorticose messe in scena. Se in Occidente sono titoli come The Artist (2011), Hugo (2011), La La Land (2016) e The Shape of Water (2017) a riscuotere un successo relativo al loro “ri-aggiornato” occhio al passato del Cinema, in Oriente l’operazione forse è ancora più fresca ed estrema perché, come avviene in The Legend of the Demon Cat di Chen Kaige (2017), non avviene una rilettura a posteriori del passato, ma si sviluppa un’estetica che va di pari passo col passato stesso, emulandolo in iperboli dissonanti ed estreme. Un cinema che tiene d’occhio i wuxia-fantasy alla Ronny Yu (The Bride with White Hair, 1993) e anche i cappa e spada alla King Hu, anche se con pochi combattimenti e molti più risvolti fantasy-mystery. Nel caso di Chen Kaige, a cui si deve l’avvicinamento del cinema orientale in Europa negli anni ’90, l’operazione di The Legend of the Demon Cat è ostinatamente e gloriosamente kitsch, disinvolta nell’utilizzo di un’improbabile CGI ma anche di movimenti di camera estremi e spettacolari, per non parlare di un soggetto narrativo che stuzzica la curiosità di chiunque è interessato (e intimorito) dalle leggende cinesi.

Siamo in Cina in epoca imperiale e un misterioso gatto nero indemoniato semina il panico fra alcuni individui di elevato livello sociale (guardie imperiali, reali, etc.). Un monaco giapponese e il suo braccio destro cinese si mettono alle costole del gatto e dovranno dribblare tutte le trappole (soprattutto visive, cinematografiche!) che il gatto interpone fra loro e la verità. Così i due protagonisti scopriranno un’antica leggenda che fa capo, come prevedibile, a una complicatissima storia d’amore infelice. Ed è col movimento di camera, coadiuvato dagli effetti speciali, che Kaige realizza un grande atto d’amore nei confronti della Settima Arte, o ancora meglio dell’arte dell’illusione: ci sono movimenti di camera che definiscono un passaggio dal presente narrativo a un flashback, sovrimpressioni funamboliche e innumerevoli riferimenti visivi alle antiche tecniche di registrazione audiovisiva, come banalmente tutti gli espedienti orientati allo spezzettamento “fotogrammatico” del movimento nel film, a ricordare la materialità della celluloide. Il film è un vortice di apparizioni, rimescolamenti, musica e parole, ingigantito dall’interpretazione sorniona di Shota Sometani (attore di Kiyoshi Kurosawa nel 2018 in Foreboding) e dalla fotografia avvolgente, esagerata e talvolta anche straziante di Cao Yu, che spesso trasforma sotto i nostri occhi senza darcene diretta percezione il tempo di una scena, il ritmo di uno sfondo, il vettore dinamico di una situazione.

Quale film può essere un atto d’amore alla Settima Arte più di un film sul movimento come atto di creazione, riflessione e comprensione di se stessi?

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