L’identità dell’azione: una conversazione con Andrea Inzerillo, Direttore Artistico del Sicilia Queer FilmFest.

L’identità dell’azione

una conversazione con Andrea Inzerillo

La redazione di All Blog And No Play ha avuto l’onore e il piacere di intervistare Andrea Inzerillo, Direttore Artistico del Sicilia Queer FilmFest, giunto quest’anno alla sua Ottava Edizione.
E’ stata una bella chiacchierata informale, tra massimi sistemi e attività pratiche.

“Da anni ormai si discute di Cinema Queer non in senso strettamente tematico, bensì come un modulo filmico dalle forme particolari. Come definiresti la “forma Queer”? In che senso, rispetto all’ordinario, è Queer la forma cinematografica che guardi al non ordinario?

<<Non lo so [ride]. Non lo so nel senso che per noi il Festival è uno strumento nel quale esploriamo questa domanda senza pretesa di avere risposta. Su alcuni film ci diamo delle risposte. Ad esempio, potrei litigare con i puristi del cinema Queer sul fatto che il film di Stefano Savona sia Queer, linguisticamente parlando; è una forzatura, lo sappiamo, stiamo allargando il campo (indebitamente, direbbe qualcuno) facendo diventare tutto Queer, col rischio che nulla poi lo sia effettivamente.
Bisogna separare gli elementi contestuali dalla pura riflessione teorica. Il Festival vuole fare la prima cosa, ma dall’altro lato c’è l’idea che il Cinema Queer non sia quello prodotto dall’industria, spesso omologato e mai diversificato.
L’idea è quella di prendere il Queer come prospettiva e non come tema, ragionando sino alla massima estensione del concetto. Il New Queer Cinema degli anni ‘90 era linguisticamente audace: è possibile rintracciare la stessa cosa nel cinema contemporaneo, anche al di fuori della tematica queer stessa? Questa è la domanda alla base del problema. Proviamo a ragionare sopra questi elementi di film in film.
L’altro giorno un giornalista con cui ho fatto un’intervista mi ha detto quanto la nostra proposta sia diventata interessante, pertanto continuiamo con la nostra politica della tematica come punto di partenza, non di arrivo. >>

“Tra New Queer Cinema e, trent’anni addietro, il ‘68, di cui quest’anno il Festival offrirà una ricca retrospettiva proprio in occasione del cinquantennale, anno in cui cominciava il secondo periodo godardiano e cominciava ad imporsi il fenomeno new hollywoodiano, quanto c’è di Queer in quei linguaggi e in quelle audaci finestre sulla contemporaneità?”

<<Partendo dal presupposto che penso, paradossalmente, che non tutto sia queer, trovo però molto Queer in quelle formule, linguisticamente c’era tantissima sperimentazione. Anzi, proprio Godard offre una chiave di lettura in tal senso: quello che faceva a partire dalla politica è stata per il New Queer Cinema la reazione alle politiche statunitensi nei confronti della criminalizzazione dell’omosessualità. Bisogna determinare storicamente alcuni cambiamenti, e noi ci stiamo interrogando in questi riguardi.
Per un libro al quale forse sto collaborando, ci chiediamo se il Cinema Queer contemporaneo sia una delle novità che il cinema offre dagli anni ‘90 ai nostri giorni, per quanto storicamente determinato e contestualizzato. Gli esiti non erano previsti, non sono necessariamente prevedibili, per cui ritengo che certo cinema, come quello della fine degli anni ‘60, non possa ritenersi Queer in senso stretto, etichettato, ma operando sul contesto di partenza (e pertinenza), si può comprendere l’influenza storica di quei movimenti a tematica LGBT e la rivendicazione di una differenza legata al genere, e pertanto l’ulteriore influenza della differenza di narrazione di genere su discorsi narrativi nonché sugli stessi generi del cinema, i suoi linguaggi.

Tutto questo potrebbe agganciarsi al discorso post-moderno come ricostruzione di nuovi riferimenti più fluidi, rispetto all’eversione e distruzione di certi schemi, come dapprincipio. L’obiettivo Queer contemporaneo sembra più costruttivo, sebbene non edificante, ma da cosa dipende questa eventuale (ri)costruzione? Cos’è che va a ricostruirsi?”

E’ questione di estetica, e di conseguenza è questione di etica. E’ questione di educazione dello sguardo. Il Cinema Queer è un cinema di moda, ed è chiaro per noi che il 99% della produzione a tematica LGBT abbia nulla di Queer, ed è palese che molte delle cose che portiamo al Festival non sia effettivamente tale. Queer è diverso: non è una rivendicazione identitaria ma strumento politico che lavora sulla distruzione delle identità. Distruggere le identità significa aprire ad un mondo meno frammentato o a compartimenti stagni, eppure molti Festival Queer, come noi in parte, ragioni di rivendicazione e identificazione, alimentando paradossalmente etichette.

“In effetti, è strano vedere in un Festival Queer una prospettiva come “Eterotopie” che si occupi di singoli paesi e che, sensibilmente, operi sul confine del genere e sull’idea stessa dell’etichetta Queer”. Proprio relativamente ai confini, il Festival è ormai da tempo tante esperienze insieme, sia nell’audiovisivo che nel discorso artistico tout-court: dove sta il Queer nei nuovi linguaggi? Che posto ha rispetto a questa serialità produttiva sempre più aggressiva ma con più d’una ragion d’essere, linguisticamente parlando e non?”

<<Non lo so. Fate domande difficili [ridiamo].>>

“E se, provocatoriamente, ponessimo la questione dal punto di vista del trash, inteso come contenitore di stranezza, eccessività, diversità? La forma espressiva trash riesce a far breccia nell’immaginario di massa: quanto c’è di Queer nell’emancipazione identitaria dell’etichetta o del suo linguaggio, nella sua eterogeneità e ampiezza?”

<<Il problema non ce lo poniamo, giacché non ci interessa il trash in senso stretto; piuttosto, siamo interessati al cinema di cultura popolare. Le nostre scelte non vogliono arrivare al “canonico”, includendo il trash in quanto parte di un immaginario condiviso, quanto più al dialogo con gli spettatori senza che essi vengano mortificati.>>

“E Maresco, in quanto interprete del trash, o di una sua forma affine, nonché decodificatore del contemporaneo? Il trailer dell’anno scorso sembra un manifesto, in tal senso.”

<<Io non vedo Maresco in quanto tale, piuttosto lo associo a Dreyer, ad un operaio dello spettacolo. Maresco interprete del trash lo è nel modo in cui Pasolini lavorava con Totò, cioè nel modo in cui Pasolini riprende un’icona della cultura popolare e ne fa una maschera. Noi, al Queer, vogliamo lavorare con la cultura popolare, e lavorare con la cultura popolare significa riconoscere l’icona e la sua funzione, senza sposarne necessariamente i linguaggi ma interrogandosi sul senso, e una cosa simile, il Queer, l’ha fatta con Fulvio Abbate, per esempio, o con “Queen Kong” di Monica Stambrini e con Valentina Nappi.
E’ interessante tutto quello che crea dei cortocircuiti nella percezione dello spettatore [come Francesco Benigno, che, dopo aver vinto il Giffoni con “Benigno” nel 2008, contattò Andrea Inzerillo e prese parte alla quarta edizione del Festival, nel 2014), ndr].>>

Più avanti nella conversazione, senza particolari questioni, Andrea Inzerillo mette sul tavolo la ragion d’essere principale del Festival:

<<Il Festival, che vuole rivolgersi ai più giovani, cerca di essere un lavoro pedagogico, un’apertura nei confronti dell’ignoto, dell’inedito. Gran parte dell’educazione dello spettatore, o del lettore, passi dall’azione pratica. L’esperienza del Queer vuole anche essere un atto eroico, magari di sofferenza, come una volta era andare a vedere il “Decalogo” di Kieslowski o “Heimat” di Reitz, cosa che abbiamo voluto replicare con la maratona “Arabian Nights” di Miguel Gomes. Compiere gesta come queste è importante per la crescita delle persone, singolarmente e nel collettivo. Il Festival vuole aprire una breccia rispetto all’abitudine e all’azione politica, lavorando su un territorio e i suoi spazi, creando cose e condizioni che prima non c’erano, creando rapporti e continuità nel tempo.>>

“Il Sicilia Queer FilmFest ha dimostrato un occhio e un’attenzione particolare alle nuove tendenze; nel 2014 “Something Must Break” di E.M. Bergsmark arrivò al Queer per poi girovagare il mondo, giungendo anche al BFI London Film Festival; lo scorso anno una retrospettiva su Abrantes, quest’anno vincitore della Semaine de la Critique a Cannes; quest’anno due film dalla Croisette, tra cui “La strada dei Samouni” di Stefano Savona, Miglior Documentario e, più tecnicamente parlando, un lungometraggio di 50 minuti ca, come al Sundance si fa da anni ormai.
Il Festival si fa quindi interprete della contemporaneità, senza snobismo o elitarismi: ma, nel marasma linguistico che è l’offerta festivaliera del Queer, il Queer che posto ha?”

<<Non lo so [ridiamo]>>.

Ne deduciamo che, a rispondere a quest’ultima domanda, sarà proprio il Festival, che si terrà a Palermo dal 31 Maggio al 6 Giugno.

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