Speciale Sicilia Queer FilmFest 2018: “La Chatte à deux têtes” di Jacques Nolot

La Chatte à deux têtes di Jacques Nolot
Il film di Nolot, del 1991, nella sezione Presenze del Sicilia Queer VIII.

 

In un cinema a luci rosse di Parigi, ove si proietta il film che da il titolo all’opera di Nolot, una cassiera di origini italiane racconta la sua vita. Astanti attivi di questo appassionato e genuino racconto sono il proiezionista, decisamente più giovane, e lo stesso Nolot, nei panni di un abituale che, insieme a tanti altri, si diletta nel partecipare al rito liturgico della sessualità marginale, tra un fugace rapporto orale e un incontro con uno dei vari travestiti che popolano la sala, dalle forme sinuose di una chiesa cattolica a tre navate, ove il bagno somiglia ad un confessionale e ogni singolo spazio diventa sacro, immobile seppur partecipe dell’atto che più d’ogni altro fluidifica il sociale e lo rappresenta senza giudizio: il Cinema.
E in effetti, al pari degli avventori, anche noi spettatori siamo immagine proiettate in un immaginario, in un rapido marasma che, giunto all’orgasmo, rivela l’unicità del momento creativo, osservativo, sessuale, nonché quello della sala e della sua magia, in una dichiarazione d’affetto per il cinema e tutto quel che lo coinvolga, senza la necessità di speculare o profittare di uno status.
La scansione del campo e contro-campo, che intervalla spezzoni del film e rappresentazioni in tempo reale di sesso perverso ma sincero, mai pone quesiti circa i personaggi, mai cerca un’indagine che non sia hic et nunc, strettamente legata a quel consumo, a quella visione. Chi siano i caratteri non interessa, a Nolot, c’è solo flusso, che sia di razze, di età, di “mestieri”. Osservando gli osservatori di ciò che si lascia osservare, fugacemente, lo spettatore viene immerso nella purezza di un campo di battaglia, al sicuro dal mondo esterno, del quale esiste solo il fuori campo narrato, che riporta indietro di anni e lontano dalla metropoli capitale, rea di cambiare idee e approcci alla vita.
Senza vergogna, il ritratto di Nolot, più simile ad un affresco a dir il vero, si consuma come la pellicola in proiezione, senza ulteriori pretese, rimembrando immagini che, immagini, lo diventeranno successivamente in “L’arrière pays” (Nolot, 1998). Un giorno, uno sguardo su una routine che ricomincerà, che s’è concessa, come un trans in sala, per un singolo, passeggero momento di piacere, al pari di una sigaretta o di un bicchiere di whiskey.

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