How I Met Your Mother: la “scatola sit-com”

How I Met Your Mother è una serie tv statunitense andata in onda tra il 2005 e il 2014, e giunta in Italia, soprattutto durante le ultime stagioni, con pochissima differita. Pur prendendo a piene mani da un’intera tradizione di sit-com già stabilitasi negli anni Novanta o ancora prima (Dharma & Greg, Lorre e Dartland, 1997-2002; Will & Grace, Kohan e Mutchnick, 1998-in corso; ma soprattutto Friends, Crane e Kaufman, 1994-2004), non è in questa sede che rifletteremo sulla maniera in cui i precedenti televisivi abbiano influito su narrazione e costruzione dei personaggi della serie di Thomas e Bays; ci si pone piuttosto il proposito, con questo scritto, di riflettere sull’importanza che un simile testo audiovisivo ha avuto sia sull’immaginario comune sia su quel sottogenere di serialità che prende il nome appunto di sit com e che si distingue anche dalla comedy in cui potremmo includere Scrubs (Lawrence, 2001-2010) o Modern Family (Lloyd e Levitan, 2009-in corso), giusto per citarne due delle più note e di successo.

Com’è noto, la sit com si caratterizza per il ricorso, solitamente, a un numero ristretto di ambienti; a singoli punti fissi per le cineprese, che al massimo inseguono i personaggi con fluidissimi dolly impercettibili; a risate aggiunte in post-produzione a mo’ di scansione temporale della scena e della gag. Sarebbe discorso lungo e complesso riflettere sul modo in cui questa serialità prenda le mosse dalla screwball comedy hollywoodiana, che quasi “inscatolava” i suoi personaggi in ambienti chiusi e teatrali per farli muovere nella maniera più libera e vitale. Ci si riferisca per esempio a uno dei titoli più importanti del genere, cioè The Awful Truth di Leo McCarey, 1937, nel quale una delle sequenze più esilaranti – in cui il personaggio di Irene Dunne finge di essere la sorella del personaggio di Cary Grant – sembra davvero una sit-com ante litteram, con campi medi “teatrali” a contemplare i personaggi che interagiscono a ritmo, con battute al vetriolo e situazioni al limite del grottesco.

Da Bringing Up Baby di Howard Hawks, 1938, fino a The Odd Couple di Gene Saks, 1968, la commedia brillante americana si è contraddistinta per situazioni di apparente grande semplicità realizzativa, in realtà basate sulle capacità plastiche dell’attore, e sulla sua possibilità di sondare gli spazi e rivelarne le potenzialità formali.

In Friends, giusto per citare un caso emblematico, la mitica sequenza tratta dalla prima stagione in cui Ross (David Schwimmer) cerca di liberarsi dalle grinfie di un gatto sul terrazzo dell’appartamento di Monica (Courtney Cox), mentre quest’ultima con Phoebe (Lisa Kudrow) intonano canti con la chitarra in salotto ignare delle difficoltà di Ross, sfrutta a piene mani le potenzialità dell’inquadratura, della profondità di campo e della divisione degli spazi per generare un effetto comico irresistibile, dato dal punto di vista “impossibile” che è quello dello spettatore che guarda l’episodio come se fosse un quadro appeso all’invisibile muro dell’appartamento – muro che è a sua volta ideale metafora “fisica” della quarta parete spesso rotta in teatro (da Brecht in giù) e in molte altre forme artistiche (anche nel caso più banale delle opere di Buster Keaton).

Un esempio più contemporaneo e più immediato – e anche parecchio raffinato –  è quello visibile in una delle stagioni intermedie di The Big Bang Theory (Lorre e Prady, 2007-in corso) in cui Amy (Mayim Bialik) regala a Penny (Kaley Cuoco) un dipinto che le raffigura entrambe in una posa imbarazzante. Col passare degli episodi, il dipinto passa dall’uno all’altro degli appartamenti dirimpetto, finché non viene appeso in uno dei luoghi esattamente in corrispondenza della cinepresa con cui osserviamo gli eventi. Per sistemarlo, i personaggi lo inclinano un po’ da un lato un po’ dall’altro facendo inclinare di conseguenza anche l’inquadratura. Chiaramente parleranno del dipinto parlando direttamente in camera. Questo espediente ricorda con precisione la natura fantasmatica della parete su cui scorriamo silenziosamente nelle sit com televisive di maggiore successo. Una parete fantasma che spesso ci permette di giustificare tante delle organizzazioni spaziali più assurde delle serie tv che guardiamo – la stessa struttura della casa di Monica in Friends è decisamente cangiante e plastica, a partire dal misterioso pilastro in legno vicino alla porta che appare e scompare a piacimento.

I ragionamenti di How I Met Your Mother sembrano distillati direttamente da tutti questi precedenti, e potremmo dire che sono stati addirittura “concettualizzati”, resi ancora più espliciti. Le sit com contemporanee fanno infatti tantissimo riferimento a quello che potremmo definire “tormentone”, un evento o un’azione o un oggetto che torna puntata dopo puntata a ricordare qualcosa che ha a vedere con i personaggi. In How I Met Your Mother potremmo contarne tantissimi, sia sul piano prettamente oggettistico (il corno blu, l’ombrello giallo, etc.) sia sul fronte linguistico (il ricorrente legend…wait for it…). Ma rispetto ad altre sit com, che derivano i tormentoni in modo naturale dalle strutture caratteriali e comportamentali dei personaggi, in How I Met Your Mother potremmo definire i protagonisti quasi come “puzzle di tormentoni”, entità ancora più fantasmatiche e bidimensionali dei normali personaggi televisivi perché montati, pezzo per pezzo, tramite i loro tormentoni, i loro cliché, i loro luoghi comuni. Questo non è necessariamente sinonimo di una perdita in termini caratteriali, ma è piuttosto indice di un inserimento decisamente più concettuale e teorico dell’elemento “personaggio” nel tessuto seriale. Come se How I Met Your Mother, lungo le sue nove stagioni, abituasse lo spettatore ad un approccio feticistico nei confronti dei suoi personaggi e delle loro storie. Si pensi per esempio al “feticcio” della trama orizzontale, che come perenne cliffhanger rimane un po’ l’ossessione dell’intera serie, affacciandosi di tanto in tanto nei volti dei giovani figli di Ted seduti ad ascoltare il suo racconto. Questo collante, filtro di un mare magnum di episodi spesso dal carattere paradossalmente disordinato, rappresenta il tentativo da parte degli autori di rendere gli episodi della sit com un puzzle di simulacri (dei tormentoni su citati, o potremmo dire ancora meglio dei feticci), “inscatolati” nel formato comedy ma in realtà costretti a soddisfare un bisogno narrativo (cosa c’è di più feticistico della narrazione?) che si dilunga come un lungo fil rouge per ben nove anni. Salti temporali, coups de theatre, finti flashback: non si contano gli espedienti con cui How I Met Your Mother rimaneggia la materia narrativa tipica della sit com asservendola alla narrazione ma nel frattempo ricomponendola a proprio piacimento – addirittura a discapito di un’evoluzione caratteriale classicamente intesa dei personaggi. In un episodio della terza stagione assistiamo a una vera e propria cesura in tre parti della mini-trama, concentrata da una parte su Ted e Barney che si ritrovano a fare i baristi nell’usuale locale in cui si ritrovano con gli amici; da una parte su Marshall che attende nervoso il ritorno di Lily da un viaggio; dall’altra infine Lily che non sa se portare a Marshall, come è da tradizione, della birra locale. L’usuale alternanza dei tre momenti ci fa credere nella loro contemporaneità, ma alla fine questa struttura (che però poi tornerà per il resto della serie) si rivelerà un feticcio narrativo, appunto, una pura coincidenza: le tre parti si localizzano temporalmente in momenti diversi. È dunque chiaro che il perno centrale di tutto sta nel modus narrandi di Ted, che ricostruisce il suo carattere e quello dei comprimari come un insieme di sembianti, di oggetti, di modalità, piuttosto che tramite un’introspezione psicologica. Il vuoto delle parvenze è preferito al pieno dei significati, rinnegati perché il filtro-Ted impedisce l’onniscienza.

How I Met Your Mother, ben consapevole della natura feticistica dell’intero narrato, porta spesso all’iperbole questo eterno ritorno di icone e simulacri che compongono la vita di Ted: dalla continua ricerca dei propri doppelganger, dagli schiaffi che Marshall deve dare a Barney (argomento taciuto spessissimo, e che scoppia di tanto in tanto a ricostruire un pezzo di mondo), fino alla vita passata di Robin e anche a un raro caso di unicum nella serie, cioè la sequenza musical di Barney che arriva a salutare una versione angelica del suo completo (the suit) che sale in Paradiso – e non sembra neanche casuale che questa puntata si localizzi esattamente a metà dell’intera serie.

Si può dire poi che questa “teorizzazione” della serialità televisiva vada a chiudersi in modo coerente e coordinato con l’ultima stagione, che improvvisamente costringe il normale fluido temporale a contrarsi in pochi giorni – fatta eccezione per gli ultimissimi episodi – e permette di scoperchiare la maggior parte dei cliché dei personaggi creando un reale cortocircuito nella mise en scene. E si intende cortocircuito letteralmente, cioè una diretta connessione a parità di potenziale fra un elemento e un altro, in particolare fra visibile e invisibile, tra il “di qua” della sit com e l’”al di là”: improvvisamente esplode il fuoricampo, quando Ted poco prima del matrimonio fra Barney e Robin ricapitola il destino di tutte le comparse della serie (nient’altro che simulacri, pedine, pezzi di un puzzle, lettere di un alfabeto, personalissime icone), e per farcelo vedere “smonta” la scatola sit com proponendo un piano sequenza arzigogolato a 360°, in cui si passa da un palcoscenico all’altro e in cui ogni pezzo torna al proprio posto, anche se in realtà in quel momento il grande puzzle della sit com è in realtà stato confutato nella sua fenomenologia più basica, mandando in frantumi la quarta parete, o rendendola idealmente un punto da cui possa passare un fascio proprio di rette, di simulacri, di avvenimenti.

Col controcampo su Ted, nell’ultimo episodio – un controcampo che dà volto al più grande fantasma di tutta la serie, il Ted del futuro – la “tridimensionalizzazione” della sit com giunge a compimento, svelando l’obbiettivo più profondo della serie: quello di trasformare la sit com in un confusionario flashback episodico di momenti della propria vita, un album di feticismi da barzelletta, una mitragliata di iperbole e grottesco che non solo chiude idealmente la storia della sit com, ma apre le porte al più meccanicistico degli universi seriali che si è affacciato e imposto poco dopo, il microcosmo netflixiano.

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