Neon Genesis Evangelion: un invito alla visione, un’indagine del mito

Disclaimer: Mentre infuria una accesissima polemica sul nuovo doppiaggio della serie, in occasione della sua recente uscita su Netflix, questione su cui non spenderemo neanche una singola parola, sentiamo necessario invitarvi a visionare l’opera di cui cercheremo di parlare nella sua versione originale, in giapponese con il supporto di sottotitoli italiani o inglesi. Chi scrive crede fermamente che, nel rispetto del lavoro del team che ha dato vita al progetto e, sopratutto, nel rispetto dell’opera stessa, è fondamentale preservare quanto più possibile la purezza di quelle peculiari caratteristiche, fonetiche e idiomatiche, che la lingua giapponese e, specificamente, il doppiaggio originale degli anime possiedono.

Preambolo

Neon Genesis Evangelion è un’opera che nel tempo, a causa della sua natura simbolica e dei sui numerosi riferimenti filosofico-teologici e scientifici, è stata capace di generare un mastodontico corpus teorico. Una vera e propria esegesi evangeliana composta da ricerche bibliografico-letterarie, studi e approfondimenti accademici, archeologia del testo e dell’immagine, nel corso degli anni ha cercato di far luce sui suoi più reconditi significati, nel tentativo di risolvere con assoluta chiarezza il rebus dietro i suoi innumerevoli riferimenti. Questo articolo non vuole però presentarvi l’ennesima analisi metaforico-simbologica; vuole piuttosto essere un invito all’opera, un testo che cercherà di individuare i motivi, o parte di essi, per cui NGE (ndr. Da ora in avanti useremo anche tale acronimo per riferirci alla serie) sia considerata, a buon diritto, un capolavoro, un’opera che è stata capace di trascendere il suo medium di riferimento per essere annoverata tra le più importanti espressioni audiovisive del contemporaneo. A tale scopo, è quindi necessario parlare non solo dell’opera in sé ma anche del contesto in cui è nata e del suo lascito, di quello che ha generato. Concluderei questo breve preambolo con una importante precisazione: prima che essere materia di studio, fenomeno di ricerca collettivo e crossmediale, Evangelion DEVE essere una esperienza strettamente personale. Come tale, non necessita di alcuna spiegazione se non quella maturata durante la visione personale di ogni spettatore. Dentro NGE c’è già tutto quello che vi occorre per decifrare i più importanti significati dell’opera. Tutto il resto è solo appagante approfondimento, felicissima speculazione, a cui vi invitiamo a prendere parte una volta conclusasi la vostra personale odissea.

File 00 – Genesi

Nel tentativo di opporsi ad un lungo periodo di stagnazione tematica che la serialità televisiva animata stava vivendo in Giappone fin dalla metà degli anni 80, lo studio Gainax inizia a lavorare al progetto Evangelion nel luglio del 1993. La regia della serie viene affidata a Hideaki Anno, già a capo di due successi dello studio di produzione: Punta al Top! GunBuster, suo debutto alla regia e distribuito in Italia solo nel mercato home video, e Nadia – Il Mistero della Pietra Azzurra che sarà serializzato dalla Mediaset a partire dal 1991, e, a più riprese, su Italia 1. Proprio quest’ultimo progetto aveva lasciato Anno in un profondo stato di depressione.

Illustrazione per il blu-ray americano di Nadia – Il mistero della pietra azzurra

«In Neon Genesis Evangelion ho cercato di inserire tutto me stesso. Io, un uomo distrutto, che non ha potuto far nulla per quattro anni. Un uomo che è fuggito per quattro anni. Un uomo che, semplicemente, non era ancora morto. Poi, mi venne in mente un pensiero, “non devo fuggire!”, e misi in moto questa produzione. Il mio intento era quello di imprimere i miei sentimenti sulla pellicola.»1

Scopo del regista era quello di affrontare metaforicamente il suo stato depressivo, creando una serie che allo stesso tempo avesse potuto ridefinire non solo i canoni del genere mecha (ndr. Le serie coi “robottoni”), ma dell’intera animazione giapponese, abbracciando un pubblico quanto più ampio possibile. NGE non nasce quindi soltanto come necessità artistica, urgenza di un autore di esorcizzare un lungo e debilitante malessere psicofisico, ma come vero e proprio tentativo di rivoluzionare un medium che si stava adagiando su modelli preconfezionati. Per fare ciò, il team di Anno cercò di creare un setting che risultasse “esotico e accattivante” per il pubblico giapponese, unendo insieme misticismo, esoterismo, scienza e tecnologia, saccheggiando simboli e immagini dal Cristianesimo, dalla Cabala, dal Giudaismo e da molte altre religioni. Se da un lato quindi, almeno concettualmente, NGE si presentava come un ambizioso progetto autoriale, dall’altro era lampante la volontà di realizzare un prodotto di grande successo commerciale. Essere consci di questo dualismo iniziale è importante per meglio comprendere le strutture estetico-tematiche che saranno presenti per buona parte della serie.

File 01 – Di Uomini e Dèi

Antartide, 13 settembre 2000: un meteorite colpisce la Terra sciogliendo i ghiacciai perenni della calotta polare, innalzando drasticamente il livello delle acque. Il cataclisma, denominato Second Impact, oltre a generare severi cambiamenti climatici derivati da una variazione di inclinazione dell’asse terrestre, da il via a conflitti globali per il dominio delle ormai scarse risorse del pianeta. Più di tre miliardi di persone perdono la vita.

Neo-Tokyo 3, 2015: il genere umano sembra aver ritrovato un precario equilibrio con il nuovo ecosistema terrestre. Il giovane e introverso Shinji Ikari, viene improvvisamente chiamato dal padre, il comandante Gendō Ikari, per entrare a far parte della Nerv: ultimo baluardo della difesa umana creata per opporsi alla minaccia di gigantesche creature aliene chiamate Angeli. Nel tentativo di riallacciare i rapporti col padre dopo 10 anni di silenzio, Shinji si vede quindi costretto a pilotare l’Evangelion: una imponente bio-macchina che pare essere l’unica arma efficace nella battaglia contro le strane creature che minacciano di distruggere la Terra.

Il primo incontro tra Shinji e l’Unità Eva-01

Secondo il libro Il Viaggio dell’Eroe di Christopher Vogler, tutte le storie hanno un pattern narrativo archetipico comune il cui primo passo è denominato Chiamata all’Avventura: in questa fase l’Eroe viene invitato a lasciare il suo mondo ordinario per compiere qualcosa di “extra-ordinario”, fuori dal comune. Malgrado le ritrosie iniziali, chi prima o chi dopo, tutti gli Eroi finiscono per accettare la chiamata ed imbarcarsi nell’avventura che definirà quindi il narrato, l’intreccio della storia. Allo stesso modo in NGE, Shinji viene chiamato a prendere parte ad una importante missione per la salvezza del genere umano. Nonostante però la narrazione proceda secondo il pattern narrativo vogleriano seguendo gli ormai consolidati topoi del suo genere di appartenenza, il protagonista non riesce mai a superare del tutto la prima fase del suo viaggio. Shinji si troverà in un perenne loop psicologico che lo riporterà più e più volte al punto di partenza, ad un costante ritorno alla fase della chiamata. Di fatto, il mondo di Evangelion sarà per tutta la serie una sorta di manifestazione fenomenica della psiche del protagonista. Dopo essersi rassegnato al traumatico rapporto che lega il pilota al suo Evangelion, Shinji sembra trovare un equilibrio all’interno del suo universo narrativo: nonostante permanga un’ombra luttuosa e tetra sui personaggi, e il mistero legato agli Angeli si infittisca e si confonda sempre di più, il rinnovato umore di Shinji sembra mutare la serie in un classico high school shonen. La normalità, o la presunta tale, sembra volersi imporre sul narrato, deviando la serie su binari narrativi più convenzionali. Eppure, più i personaggi palesano i loro caratteri peculiari, ben lontani dalla bidimensionalità archetipica del genere, più ci si rende conto che la normalità, la convenzionalità, rappresenta una sottilissima superficie dell’opera. Sotto di essa, i personaggi celano dense e complesse personalità, ognuna giustificata da trascorsi tragici e luttuosi. L’interesse di Anno per la psicoanalisi si condensa quindi nella creazione di personaggi che incarnino i caratteri di disturbi mentali o complessi psicologici. Tali peculiari caratteri condividono però una medesima provenienza, facilmente rintracciabile nell’assenza di reali figure genitoriali. I protagonisti di NGE sono di fatto orfani che tentano invano di colmare i vuoti generati dall’assenza dei loro genitori.

I tre Children durante un’esercitazione di sincronizzazione con le loro Unità EVA

E se le manifestazioni fenomeniche e il narrato incarnano delle sofferenze interiori, degli abissi generazionali, non sorprende come Anno, in barba ad ogni pregressa decisione narrativa, decida di mutare la serie in corso d’opera. Dal sedicesimo episodio, infatti, la serie pare abbandonare quei nostalgici e noti binari narrativi su cui la serie si era in parte adagiata per calarsi prepotentemente e coraggiosamente in complessi labirinti psicologici interni ai personaggi. Lo stile registico, che già denunciava chiaramente uno specifico interesse di Anno per l’immagine cinematografica e che si abbandonava non di rado a momenti distesi, totalmente antitetici alle convenzionali forme del medium, muta anch’esso, iniziando a disinteressarsi della forma verso una costruzione schizofrenica del quadro. Il montaggio, indubbiamente uno dei punti forti della serie, si fa preponderante. Le immagini si sovrappongono e si alternano freneticamente, interessate più alle possibilità di impressione retinica piuttosto che alla cosciente decodifica dei loro significati estetico-formali. Le sensazioni del protagonista, le sue istanze intrapsichiche2, costringono l’intreccio narrativo in secondo piano, riducendolo quasi a strumento accessorio, utile per sondare sempre più in profondità la psiche dei suoi personaggi. Oltre ad essere rappresentazione, come già stato detto, del tracollo psicologico del regista e sua manifestazione diegetica, Shinji diventa perfetto simbolo generazionale e target proiettivo dello spettatore. Per Anno, Shinji doveva incarnare alcune delle caratteristiche assimilabili alla figura dell’otaku3; lavorando su di esso, Anno avrebbe lavorato direttamente sullo spettatore. A tal riguardo, la comunicazione interpersonale gioca un ruolo chiave nell’economia della narrazione: l’incomunicabilità appare un carattere comune legato a tutti i personaggi della serie.

La distanza relazionale tra Shinji e suo padre è spesso sottolineata da Anno attraverso inquadrature che ne sottolineano la distanza fisica dei personaggi

Gli stessi Angeli cercheranno in qualche modo di entrare in contatto con i piloti che cercano di eliminarli, innescando esperienze il più delle volte traumatiche, catastrofiche, schizzoidi. Mettendo a nudo le coscienze dei protagonisti, penetrando la loro corazza sia fisica (l’Eva) che psichica, solo gli Angeli tenteranno di fatto di creare un collegamento reale con l’animo dei personaggi. Le parole si rivelano quindi, più che una conquista evolutiva, la maledizione generatrice dell’incomunicabilità. La fallibilità della parola, il costante malinteso linguistico, palesano l’impossibilità di rigurgitare i malesseri insiti dell’essere, di trovare nell’altro, nel fuori di sé, una possibilità di guarigione. Per questo motivo, le due puntate conclusive sono perfetta coronazione di un discorso evolutosi organicamente e inevitabilmente nell’arco della stagione: il totale abbandono dell’intreccio, il rifiuto di ogni tipo di soluzione narrativa, e un viaggio intimo all’interno della psiche dei personaggi. La decisa e violenta rinuncia del fuori di sé, la dura battaglia col nostro io interiore, con le proiezioni della nostra coscienza. Parallelamente, le due ultime puntate raccontano anche le vicissitudini produttive dello studio Gainax: avendo cambiato nuovamente il copione poco prima della messa in onda, Anno ebbe modo di sperimentare nuove soluzioni registiche.

“Contrariamente ad altri registi d’animazione come Mamoru Oshii o Katsuhiro Ōtomo, che tentano di concentrare in ogni singola inquadratura il maggior numero possibile di dettagli pittorici, la regia di Anno tende a raggiungere l’essenzialismo visivo e il minimalismo. Anziché moltiplicare il numero di informazioni visive presenti in un singolo fotogramma e avvicinarsi così alla cinematografia, il regista accelera il ritmo e la velocità del montaggio, tentando di raggiungere il massimo dell’astrazione e della «sovra-accumulazione visiva»4

Un frame dall’ultima puntata della serie a rappresentazione dell’essenzialità dello stile che contraddistingue parte del finale

Così come la mente di Shinji, il disegno si semplifica, si disfa e si fa bozzetto preparatorio. L’immagine muta costantemente, diventa segno, carattere, ideogramma. Non c’è più pura manifestazione estetica ma una voce della coscienza generatrice e onnipotente. C’è una ego capace, sia pur per un momento, di trascendere la sua natura e di diventare Dio per comprendere cosa significhi essere umano, quanto sia importante il pesante fardello del principio di identità che ogni singola coscienza detiene semplicemente esistendo. Più che quelli rievocati dai suoi numerosi simboli e dalla sue meravigliose rappresentazioni teologiche, gli Dei a cui Anno si riferisce sono quelli dentro ogni essere umano. Non quelli creati dalla scienza, tiranna e traditrice, nella corsa per valicare quei limiti evolutivi imposti dalla natura umana. Il post-umanesimo messo in scena da Anno, riprendendo quella corrente iniziata nel cinema hollywoodiano degli anni 80 e continuata in Giappone anche nel medium anime – pensiamo a Oshii e Otomo, ma anche in campo cinematografico al Tetsuo di Shinya Tsukamoto –, è figlio di un’angoscia atavica del popolo giapponese, che richiama a più riprese la minaccia atomica, e che intercetterà e anticiperà l’ansia globale legata al Millennium Bug 5. Dal design verosimile e avanguardista, la tecnologia in NGE è una coerente rappresentazione delle mutazioni e la sintesi tra la carne e la macchina, centrale nella discussione filosofica postumana. Bio-macchine capaci di contenere tracce di personalità, detriti di esistenza. Intelligenze artificiali tripartitiche, il Magi System, che governano intere città e a cui l’uomo si rivolge come futuristici e infallibili oracoli. La degenerata exploitation tecnologica rappresentata in Evangelion, valicando i limiti fisici e biologici dell’essere umano, non può quindi che intercettare, per transitività, quel misticismo esoterico che vede l’uomo proiettato verso concetti ed espressioni di natura divina. Nel suo discutere quell’anelito transumanistico insito nella specie umana, NGE si fa quindi complessa e completa analisi ontologica di tutti i suoi caratteri, interiori ed esteriori, fenomenici e metafisici, generando de facto una sua nuova, solida, personalissima cosmogonia. Dietro un’opera fatta quindi anche di esigenze commerciali, difficoltà produttive, improvvisazioni autoriali e fanservice, si cela un densissimo racconto di formazione, una esegesi dell’umano attraverso il divino, una meticolosa e sistematica decostruzione formale di un genere, che sarà capace di travalicare prepotentemente i confini, allora pericolosamente limitati, del suo medium di appartenenza. Un’opera in grado di farsi specchio dei suoi tempi riuscendo perfino a dialogare con un presente attualmente in atto e, senza dubbio alcuno, un futuro ancora in divenire, facendosi, così come suggerisce il profetico titolo giapponese, perfetto “vangelo del nuovo secolo”. Aldilà dei suoi meriti formali e dei suoi successi, Evangelion è un’ode, un canto di liberazione delle coscienze, è l’assoluta meraviglia e l’infinito stupore che si prova quando, malgrado la solitudine che accomuna tutti gli esseri umani, si percepisce di far parte di qualcosa di infinitamente più grande.

«Evangelion è una sorta di puzzle. Qualsiasi persona può vederlo e darne una propria interpretazione. In altre parole, stiamo offrendo agli spettatori [la possibilità] di pensare da soli, in modo che ogni persona possa immaginare il proprio mondo.»6 [Hideaki Anno]

Gli schermi dei computer mostrano le connessioni neurali tra gli EVA e i piloti

File 02 – The End of Evangelion o The Dark Side of Ourselves

«Non daremo mai tutte le risposte, neanche nella versione cinematografica. Molti appassionati di Evangelion credono che distribuiremo delle enciclopedie in cui spiegheremo ogni cosa su Eva, ma non lo faremo mai. Non aspettatevi di ricevere risposte da qualcuno. Non aspettatevi di essere sempre assecondati. Tutti noi dobbiamo trovare le risposte che cerchiamo.»7 [Hideaki Anno]

Non per tutti il finale di NGE fu la degna conclusione di un’opera senza precedenti. Gli ultimi due episodi della serie avevano lasciato molti fan talmente insoddisfatti da chiedere a gran voce alla Gainax di portare a compimento l’intreccio narrativo bruscamente interrotto, a loro dire, alla fine del 24esimo episodio. Alcuni fan particolarmente aggressivi arrivano persino a inviare lettere minatorie a Anno accusandolo di non aver dato una degna conclusione alla serie. Di tutta risposta, recuperando del materiale che era stato poi scartato durante la produzione della serie e scrivendone di nuovo, Anno e la Gainax decisero così di realizzare due lungometraggi: Death & Rebirth e The End of Evangelion.

Il primo, diviso in due parti, era una sintesi dei primi 24 episodi della serie (Death) ed una anticipazione del lungometraggio successivo (Rebirth). Diviso anch’esso in due parti, The End of Evangelion andava invece a sostituire le criticatissime ultime due puntate della serie originale. A dispetto del finale televisivo, che era stato costruito come un lungo flusso di coscienza dallo stile sintetico e minimale, The End of Evangelion riportava il discorso su binari narrativi più convenzionali. Lontano da ogni tipo di didascalismo di sorta, seppur accontentando quantomeno a livello formale i detrattori più accaniti, il discorso portato avanti da Anno nella serie rimane qui però concettualmente invariato: se la serie infatti era rappresentazione perfetta di universi psichici interiori, flussi di coscienza senza soluzione di continuità, The End of Evangelion non fa che darci un controcampo esterno non meno complesso ma di più indubbia digeribilità commerciale. Co-diretto con Kazuya Tsurumaki, assistente alla regia di Anno della serie televisiva, EoE è pura esplosione simbologica, delirio immaginifico, meravigliosa prova di tecnica e di stile. Dal sapiente uso della computer grafica all’audace utilizzo di riprese live action – che includono persino riprese di un cinema realizzate durante la proiezione del precedente Death & Rebirth e le minacce di morte rivolte ad Anno –, il film si rivela tutt’altro che mera operazione consolatoria o semplice speculazione commerciale. Rimanendo tuttavia un’operazione, più che superflua, quasi voluttuaria, innecessaria, EoE dà la possibilità ad Anno di portare la discussione metanarrativa ai minimi termini, trasformando il suo principale interlocutore, l’otaku, in materiale diegetico, pura istanza narrativa. Pur abbandonandosi quindi ad una più appagante rappresentazione visiva, il film rimane coerente rappresentazione dei processi interiori rappresentati nella serie, che qui rimangono tuttavia centrali nell’economia della storia, i quali non verranno in alcun modo ritrattati, in barba ai petulanti denigratori, dall’intreccio portato avanti nel film. Del resto, perfino il finale rimane coerente con la visione originaria dell’opera: Anno riporta ancora una volta il discorso nella sua legittima dimensione di ambiguità, infliggendo una ulteriore sferzata morale a quegli stessi otaku che aveva cercato di emancipare da loro stessi e che lo avevano ingiustamente crocefisso.

File 03 – Second Impact

Il Second Impact che colpisce la Terra nel 13 settembre del 2000

Preso in esame il medium anime, potremmo tranquillamente individuare il First Impact, la sua prima grande rivoluzione copernicana, nell’ormai lontano 1963 con la serializzazione di Astro Boy della Mushi Production. Creato da Osamu Tezuka, a ragione soprannominato il Dio dei Manga per il suo prezioso lavoro pionieristico, Astro Boy fu definito primo vero esempio di anime della storia. Allontanandosi da un occidentalità stilistica fino a quel momento fin troppo ingombrante, la serie televisiva incarnava quei canoni e quell’estetica che presto sarebbero diventati peculiari dell’animazione giapponese e che avrebbero influenzato profondamente tutte le produzioni successive. Allo stesso modo, la serializzazione di Neon Genesis Evangelion scatenò un vero e proprio Second Impact:

“In quest’opera è, infatti, possibile riscontrare paradigmaticamente tutte quelle innovazioni che hanno consentito la rinascita tecnica e artistica dell’anime televisivo, ossia una maggiore autorialità, la concentrazione delle risorse in un minor numero di episodi (13 o al massimo 26), un’impostazione registica ancora più vicina alla cinematografia dal vero, un drastico ridimensionamento del rapporto di dipendenza dai soggetti dei manga e una maggiore libertà dai vincoli del merchandising.” 8

Non stupisce quindi, e non è affatto un’esagerazione, che si parli di un prima e un dopo Evangelion. Nonostante esistessero già diversi autori che avevano avvicinato il medium ad un linguaggio più cinematografico, più o meno efficacemente e con più o meno successo, tentando di portare avanti un concetto di autorialità – si pensi ai già citati Oshii e Otomo ma anche a Takahata e Miyazaki – fino ad allora sconosciuto e in qualche modo negato, rifiutato dalle critica, nessuno si era spinto ancora così in là come era stato capace di fare Anno. Soprattutto nessuno aveva cercato di farlo con un prodotto seriale televisivo che, fino ad allora, non permetteva affatto alcun tipo di libertà artistica. Volenti o nolenti, tutte le opere prodotte dopo NGE dovettero quindi fare i conti con il roboante successo e l’audacia del capolavoro di Anno. L’importanza seminale della serie non tardò ad avere i suoi effetti, generando un quantitativo considerevole di opere derivative e cloni. Vale la pena citare, in queste sedi, due lavori particolarmente significativi. Serializzato appena un anno dopo l’uscita di The End of Evangelion, Serial Experiments Lain (1998, Ryūtarō Nakamura) continua il discorso filosofico iniziato da Anno servendosi però dell’ancora giovanissimo “ecosistema Internet” per intavolare una lucidissima e profetica discussione sulla natura umana, sul concetto di società virtuale, e sul transumanesimo. Il secondo, Tengen Toppa Gurren Lagann (2006, Hiroyuki Imaishi), prodotto dallo stesso studio Gainax, riprende dei concetti appena accennati in Evangelion – la teoria del principio antropico9 e la curiosa e ricorrente presenza spiraliforme in natura – per continuare il discorso sui limiti dell’evoluzione umana attraverso un racconto che, guardando al passato e proiettandosi verso il futuro, è stato capace di diventare a buon diritto uno dei capisaldi del genere mecha degli ultimi anni. Un ultimo accenno va a Rebuild of Evangelion, tetralogia di lungometraggi d’animazione in corso d’opera, di cui non ci occuperemo in queste sedi, (ndr. l’uscita dell’ultimo film è prevista per il 2020) che rivede in parte l’intreccio della serie originale e il cui scopo, a detta di Anno, è quello di creare qualcosa di ancora più grande del suo ad oggi insuperabile lavoro originale.

Epilogo

Dopo quasi 25 anni dalla sua prima uscita, il fenomeno Evangelion non sembra accennare ad arrestarsi. Critici e sociologi hanno individuato nella prima serializzazione di NGE l’inizio di un crescente interesse nei confronti del medium anime, capace di generare veri e propri fenomeni sociali di massa, come il cosplay. Se il concetto di otaku è stato sdoganato, nel bene e nel male, divenendo orgoglioso vessillo di una categoria di appassionati, scatenando de facto fenomeni globali che oggi investono ed influenzano l’industria dell’intrattenimento, lo si deve in grossa parte anche al fenomeno generato da Evangelion. Le influenze che la serie è stata capace di scatenare nel reale, seppur non sempre condivisibili e per certi versi quasi ossessive o cliniche, definiscono in parte il mondo in cui stiamo vivendo adesso. Ogni generazione possiede le sue referenze culturali: è ormai ingiurioso non riconoscere ad opere di medium considerati ancora oggi irragionevolmente minori – oltre all’animazione giapponese si pensi al fumetto o al videogioco – di aver influenzato e di star ancora influenzando intere generazioni. Il modo di intendere e di percepire l’arte muta insieme al contesto in cui l’essere umano si forma ed esperisce la sua esistenza. In un’epoca fatta di cross-medialità e flussi ininterrotti di dati e di informazioni, di mitologia con la data di scadenza, di evoluzione tecnologica a velocità della luce, è nostro dovere rigettare l’ottusità e la pigrizia intellettuale che gerarchizza le forme d’arte, che licenzia ostinatamente come infantili i pilastri della nostra mitologia generazionale. Questo è stato ed è ancora oggi Neon Genesis Evangelion: uno specchio luminescente capace di riflettere il contemporaneo, facendosi immaginario collettivo di una rinnovata, differente umanità.

Note

1 Hideaki Anno,What were we trying to make here?, in Neon Genesis Evangelion, vol. 1, Viz Media, 1998, ISBN 1-56931-294-X.

2 Secondo la teoria freudiana, l’insieme di Io, Es e Super-Io che compongono il modello strutturale dell’apparato psichico della persona

3 Termine della lingua giapponese che dagli anni ottanta indica una subcultura giapponese di appassionati in modo ossessivo di manga, anime, e altri prodotti ad essi correlati. (da Wikipedia)

4 Woznicki, Krystian, Towards a cartography of Japanese anime: Hideaki Anno’s “Evangelion”, in Blimp Film Magazine, nº 36, 1997, pp.18-26.

5Vedi Millenium Bug

6Dani Cavallaro, Anime Intersections. Tradition and Innovation in Theme and Technique, Jefferson, McFarland, 2007, ISBN 0-7864-3234-9.

7Lawrence Eng, In the Eyes of Hideaki Anno, Writer and Director of Evangelion, in Protoculture Addicts, vol. 43, novembre 1996.

8 Stefano Gariglio in A. Fontana; D. Tarò, Anime. Storia dell’animazione giapponese 1984-2007, Piombino, Eif, 2007, pp. 105 e segg.

9 Secondo la teoria del principio antropico nei geni sarebbe presente una sorta di energia nascosta volta a far evolvere la vita terrestre da semplici organismi unicellulari a forme di vita più complesse e intelligenti, come gli esseri umani. Sony Magazines (a cura di), Evangelion Chronicle, Volumi 1 – 30, De Agostini Japan, 2006-2007

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *