Speciale Festival di Venezia 76 – “J’accuse” di Roman Polanski

Il nuovo film del regista franco-polacco in Concorso a Venezia 2019.

Il cinema di Polanski è da sempre un cinema sui metodi, sulla necessità di comprendere le dinamiche dietro alla rappresentazione (tra gli esempi più calzanti i tendaggi di Mia Farrow, le meccaniche del ghost writing di Ewan McGregor o la messinscena farsesca del duo Amalric-Seigner).
La nuova fatica in costume dell’autore franco-polacco è pertanto metodologia del dramma storico, alla ricerca di una verità sempre ambigua anche di fronte all’evidenza della Storia, rappresentata con della verità la pretesa.
Tracciando personaggi accessori all’immagine e le sue dinamiche, Polanski aggiusta il tiro della sua camera dipendentemente dai contesti, processa la natura falsificata dei documenti segreti dell’ “affaire Dreyfus” utilizzando i filtri a sua disposizione (il mappamondo ove indicata la destinazione del Maggiore ebreo, il vetro della cornice del documento-prova della condanna di quest’ultimo), optando talvolta per piani sequenza atti a rivelare la fallacia dei punti di vista messi in discussione.
Il Colonnello Picquard di Jean Dujardin e il Maggiore Dreyfus di Louis Garrel sono ruoli fisici, che comportano l’importante corpulenza scenica da un lato, la deperita forma collaterale dall’altro: tanto più il primo si nutre del desiderio di verità, costante vettore degli spazi scenici concessi da movimenti e controcampi, tanto più malnutrito e trasandato ne esce il secondo, relegato fuori dall’economia delle strutture filmiche al punto da esser rappresentato persino in bianco/nero, ad un certo preciso momento.
Destinati ad ambienti diversi, per forza Storica, si mettono al servizio di Polanski per affrontare dirimpetto gli scenari interni, quasi teatrali, dei rapporti gioco-forza tra reale e finzionale, verità storica e verità filmica, soppesati da una sottile velenosa ironia che permea non solo il più ampio scenario cronologico, ma anche quello intimo di vestiari e costumi, oggetti di scena e accessori, il cui utilizzo rimanda sempre a dinamiche ulteriori, come fossero essi stessi (con i personaggi realmente esistiti, come precisato a inizio film) pezzi sparsi di un documento confidenziale, che rivelerà una verità più ampia e universale solo quando tutti convergeranno e saranno insieme, teatralmente, in unità di luogo.

Al tempo, “J’accuse”, riserva invece il beneficio di dubbi e decisioni. Perché la Storia, che del tempo si nutre, è Storia dei punti di vista. E questo Polanski lo sa benissimo. Al cinema, soprattutto.

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