Speciale Venezia 76 – “Chiara Ferragni – Unposted” di Elisa Amoruso

Il documentario sulla influencer più famosa d’Italia nella sezione “Sconfini” di Venezia 76

Comincia con riprese da videocamera, il documentario su Chiara Ferragni. Riprese di una vacanza negli Stati Uniti: già dal primo stacco, quello dell’amatorialità di Palm Springs alla stessa ripresa, effettuata però con i nuovi mezzi del cinema, è chiaro l’intendo di Elisa Amoruso e della stessa imprenditrice italiana, ovvero lavorare sul film come fosse un enorme showreel d’un profilo Instagram, per raccontare coerentemente l’ascesa di una delle personalità più influenti e del web e della moda.
Dalla relazione con Fedez al matrimonio, passando per la nascita di Leone, primogenito della coppia, associato in montaggio alla piccola Chiara, nel documentario non manca certamente il dietro le quinte, purché sempre contestuale e mai meta-testuale: di questo binomio, la cui traduzione sarebbe il gioco della Amoruso tra analogico e digitale, il film fa incetta, con sapienza alle volte, con indubbio silenzio altre.
Quel che manca, però, è una lettura linguistica del film a dispetto delle declamazioni fatte da vari personaggi del settore fashion nelle interviste ricavate dalla Amoruso: se Chiara ha – e lo ha fatto, checché se ne dica – cambiato radicalmente il linguaggio del web, rimodellando e reinventadone lo storytelling, nonché costruendo una “nuova etica” (salvo poi denigrare, con ogni mezzo possibile, Riccardo, ex della Ferragni, che di Chiara è stato artefice), mediante il blogging prima, Instagram poi, è altrettanto vero che di ciò, nel film, c’è troppo poco, e che troppo poco, nella classicissima e canonica struttura di “Unposted”, lascia pensare ad un aggiornamento linguistico del formato.
Sospeso pertanto tra la videoclippistica (senza l’urgenza di un contesto) e l’auto-celebrazione, il documentario della fashion blogger milanese è l’occasione perduta per mettere in discussione, ancora una volta, lo statuto del suo marchio, di cui vediamo giusto la genesi e la messa in retail tra e-commerce e uno shop parigino.

Di unposted, di ciò che vediamo dietro le quinte ma che, mediante i social, sappiamo o immaginiamo, purtroppo, nel film non c’è nulla. Tranne, per l’appunto, una sequela di immagini con le quali non c’è comunque dato di interagire se non con la più superficiale emotività, che è certamente quella dei social (e la Amoruso, le strutture social pertinenti alla Ferragni, le ha certamente comprese e fatte sue), ma non risponde a quelle lucide intuizioni con cui pure il film cominciava.

N.B. uscendo per un momento dal discorso cinematografico in sé, la seguente si assume la responsabilità di invitare lettori e non a considerare l’importanza di questo prodotto anche soltanto per l’enorme problematicità del fenomeno ivi illustrato, che andrebbe compreso nelle sue dinamiche. E, soprattutto, a visionarlo prima di esprimere un giudizio.

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